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Pubblicata una revisione della letteratura sull’ipotiroidismo subclinico su una prestigiosa rivista internazionale

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Pubblicata una revisione della letteratura sull’ipotiroidismo subclinico su una prestigiosa rivista internazionale

Bernadette Biondi, Professore associato di endocrinologia e oncologia molecolare dell’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato, insieme a due autori statunitensi, una revisione della letteratura sull’ipotiroidismo subclinico.

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Bernadette Biondi ha pubblicato nel 2018 una revisione della letteratura sull’ipertiroidismo subclinico sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine (Giornale di Medicina del New England) e nel 2019 ne ha pubblicata un’altra sull’ipotiroidismo subclinico su un’altra rivista molto importante come il Journal of American Medical Association (Giornale dell’Associazione Medica Americana). Il fatto che Bernadette Biondi sia stata primo autore di due articoli tanto rilevanti su riviste di così grande prestigio dimostra che in Italia ci sono specialisti di grande fama nel campo della tiroide. Nella revisione della letteratura sull’ipotiroidismo subclinico si spiega che tale condizione è provocata spesso dalla tiroidite autoimmune di Hashimoto. Si aggiunge anche che le concentrazioni nel sangue di TSH aumentano con l’età, anche in persone che non hanno malattie della tiroide. Infatti, nell’anziano i valori di questo ormone possono facilmente superare la soglia massima di 4-5 mU/L. Questo fenomeno ha determinato probabilmente una sovrastima della reale frequenza dell’ipotiroidismo subclinico nelle persone di più di 70 anni di età. Il rischio di evoluzione dall’ipotiroidismo subclinico alla forma clinicamente manifesta aumenta nei soggetti che hanno autoanticorpi verso la perossidasi tiroidea. L’ipotiroidismo subclinico, a sua volta, aumenta la probabilità di sviluppo di: insufficienza della funzione del cuore, eventi dovuti a danni alle arterie coronarie e mortalità dovute a queste condizioni. Inoltre, nei soggetti di mezza età con ipotiroidismo subclinico c’è un rischio maggiore di alterazione delle funzioni cognitive, sintomi aspecifici come l’astenia e modificazioni dell’umore. Pur non essendo disponibili studi clinici randomizzati su ampie casistiche che abbiano confermato i suoi benefici curativi, il razionale per l’utilizzo della levotiroxina è quello di ridurre la comparsa di eventi cardiovascolari e di prevenire l’evoluzione verso l’ipotiroidismo clinicamente confermato. D’altra parte, negli anziani oltre i 65 anni l’uso della levotiroxina va valutato e seguito nel tempo con particolare attenzione. Nelle conclusioni gli autori segnalano che, nei soggetti con ipotiroidismo subclinico, il trattamento può essere indicato quando la concentrazione nel sangue di TSH è ≥ 10mU/L e nei giovani o nelle persone di mezza età che hanno un ipotiroidismo subclinico al quale si associno sintomi da lieve ipotiroidismo.                   

Tommaso Sacco

Fonte: Subclinical Hypothyroidism: A Review; JAMA, 2019 Jul 9;322(2):153-160.