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La gestione del paziente anziano tra comorbillità e cronicità

Parere degli esperti|timepubblicato il
La gestione del paziente anziano tra comorbillità e cronicità

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


In Italia gli ultra 65enni sono all’incirca 13,8 milioni; in media l’80% della popolazione con età superiore ai 70 anni è affetta da almeno due malattie croniche, quali l’osteoporosi e le cardiopatie, che necessitano di una cura giornaliera e di continui controlli ed esami specialistici. Non di rado i medicinali utili per una malattia potrebbero peggiorarne un'altra, per cui diventa indispensabile una valutazione d'insieme del paziente, soprattutto negli ultra 80enni, atta a valutare il grado generale di fragilità e comorbilità, incluso la condizione socio-familiare ed il grado di autonomia funzionale. In questo contesto diventa insostituibile il ruolo del geriatra, vero e proprio coordinatore in grado di tarare le cure sulle necessità e fabbisogni del singolo paziente.

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La disfunzione tiroidea è di frequente riscontro negli anziani, con una prevalenza in aumento in relazione all’età. Peraltro, una tendenza "fisiologica" ad un aumento dei valori di TSH è stata documentata nella popolazione più anziana, indipendentemente dalla presenza di una reale patologia tiroidea. Per questo motivo, è importante eseguire una valutazione tiroidea completa nei pazienti con incremento del TSH circolante, specialmente nei grandi anziani. Comunque, un valore di TSH superiore a 10 mUI/L dovrebbe essere considerato clinicamente rilevante e posto in relazione al quadro clinico complessivo del paziente, con particolare riferimento alla presenza o meno di “fragilità”. Una corretta pratica clinica implica che la necessità della terapia sostitutiva nei pazienti anziani con ipotiroidismo subclinico sia valutata caso per caso, bilanciando attentamente i rischi ed i benefici del trattamento e ponendo al centro dell’iter diagnostico/terapeutico non solo i livelli di TSH circolante, ma anche la presenza o meno di una effettiva patologia tiroidea così come le comorbilità e l’eventuale presenza di “fragilità”.

Nell’anziano i sintomi dell’ipertiroidismo possono essere facilmente confusi con altre patologie legate all’età. Pertanto, la diagnosi clinica di ipertiroidismo, soprattutto se lieve, può risultare difficoltosa per la presenza di un quadro sintomatologico spesso sfumato e la concomitante presenza di altre patologie che possono giocare un ruolo confondente. L'ipertiroidismo favorisce lo sviluppo di fibrillazione atriale nonché il rischio di cadute accidentali e fratture da fragilità (sarcopenia ed osteoporosi). Rispetto al giovane adulto, l’anziano risulta più vulnerabile all’eccesso di ormoni tiroidei; pertanto, in caso di ipertiroidismo conclamato, il trattamento va intrapreso tempestivamente. Anche nelle forme lievi o subcliniche è generalmente opportuno attuare un trattamento al fine di prevenire le complicanze cardiovascolari e metaboliche, soprattutto nei pazienti con preesistente patologia cardiovascolare e/o metabolica.

Fabio Monzani - Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG)