Disfunzioni subcliniche della tiroide e rischio di diabete

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Disfunzioni subcliniche della tiroide e rischio di diabete

Un gruppo internazionale di specialisti, del quale hanno fatto parte anche clinici italiani, ha eseguito una revisione sistematica della letteratura con metanalisi per verificare la relazione tra la presenza delle disfunzioni subcliniche della tiroide e il rischio di sviluppare diabete di tipo 2. I risultati non hanno confermato alcuna relazione tra le alterazioni della funzione della ghiandola e la comparsa della malattia metabolica. 

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Le disfunzioni della tiroide e il diabete di tipo 2 sono malattie molto diffuse e alcuni autori hanno ipotizzato possibili relazioni tra la presenza delle prime e lo sviluppo del secondo. Le disfunzioni subcliniche della ghiandola tiroide possono essere due: l’ipotiroidismo subclinico, che consiste in un aumento del TSH al quale corrispondono concentrazioni normali nel sangue di FT4, e l’ipertiroidismo subclinico, nel quale le concentrazioni nel sangue del TSH sono basse, mentre quelle di FT4 e di FT3 rientrano nei limiti della norma. L’ipotiroidismo subclinico è stato posto in relazione con un aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e con una maggiore probabilità di decesso e anche all’altra disfunzione subclinica della tiroide sono state associate conseguenze negative per la salute. Gli studi che hanno valutato la relazione tra malattie della tiroide e diabete di tipo 2 hanno fornito risultati contrastanti. Una ricerca eseguita in Norvegia su più di 30.000 persone non ha confermato l’associazione tra le due malattie, mentre altri studi hanno evidenziato un possibile rapporto tra concentrazioni aumentate nel sangue di TSH e presenza di insulino-resistenza. Un limite di tali evidenze è che sono state prodotte con studi trasversali e questi non permettono di evidenziare lo sviluppo nel tempo di associazioni di questo tipo.  Inoltre, il rapporto tra malattie della tiroide e diabete può essere bidirezionale, vale a dire che la presenza delle prime può favorire lo sviluppo del secondo, ma anche viceversa, quindi valutando l’associazione in un singolo tempo è difficile comprendere quale patologia ha favorito la comparsa dell’altra. Poche ricerche hanno seguito nel tempo persone con disfunzioni della tiroide per valutare se compariva il diabete e quasi sempre esse hanno incluso soggetti con alterata funzione della ghiandola clinicamente manifesta. Per fare chiarezza sulla possibile associazione tra disfunzioni subcliniche della tiroide e diabete di tipo 2, Alwan e colleghi hanno eseguito una revisione della letteratura con metanalisi per dati individuali. La metanalisi per dati individuali è un metodo statistico mirato a riassumere le evidenze raccolte da studi clinici combinando non i risultati di tali studi, come nelle metanalisi tradizionali, ma mettendo insieme gli archivi di dati raccolti dalle ricerche stesse e analizzando la casistica complessiva. Gli autori hanno cercato nelle maggiori biblioteche in rete di letteratura scientifica articoli, pubblicati fino all’11 febbraio 2022, relativi a studi che avevano arruolato soggetti adulti con dati relativi alle concentrazioni di TSH nel sangue al basale e che avevano seguito nel tempo questi soggetti, valutando la comparsa del diabete di tipo 2. Lo sviluppo di questa malattia è stato definito in base ai criteri dell’Associazione Americana del Diabete, vale a dire: glicemia a digiuno ≥ 7 mmol/L oppure curva da carico di glucosio con glicemia ≥ 11.1 mmol/L dopo 2 ore oppure emoglobina glicata ≥ 6.5% oppure ancora assunzione di farmaci per ridurre la glicemia.  Particolare cura è stata posta nel verificare la qualità delle ricerche e dei dati che esse avevano prodotto e sono stati applicati i metodi statistici più efficaci per evidenziare eventuali relazioni. Combinando le casistiche di 18 studi selezionati perché rispondevano ai criteri prestabiliti dagli autori, si è raccolta una popolazione complessiva di 61.178 adulti. L’età media di tale casistica era di 58 anni, la frequenza del sesso femminile era del 49% e il tempo medio per il quale era stata seguita era di 8.2 anni. Considerando l’ultimo controllo disponibile, non si è rilevata alcuna relazione né tra la presenza di ipotiroidismo subclinico e sviluppo del diabete (rapporto di probabilità 1.02; intervallo di confidenza al 95% 0.88-1.17; I2 = 0%), né tra ipertiroidismo subclinico e sviluppo del diabete (rapporto di probabilità 1.03; intervallo di confidenza al 95% 0.82-1.30; I2 = 0%), anche applicando all’analisi gli opportuni aggiustamenti per età e per sesso. Un’altra analisi che ha valutato il tempo per la comparsa dell’evento ha prodotto risultati simili. Infatti, il rapporto di rischio per l’ipotiroidismo subclinico è stato di 0.98 (intervallo di confidenza la 95% 0.87-1.11) e quello per l’ipertiroidismo subclinico è stato di 1.07 (intervallo di confidenza la 95% 0.88-1.29). I risultati sono stati robusti in tutti i sottogruppi e anche nelle analisi di sensibilità.

Nelle conclusioni Alwan e colleghi hanno sottolineato che quella da loro eseguita è stata la revisione sistematica della letteratura con metanalisi per dati individuali più ampia mai fatta per verificare in maniera prospettica la relazione tra disfunzione subclinica della tiroide e diabete di tipo 2. Gli autori hanno anche evidenziato che i risultati da loro ottenuti non hanno dimostrato alcuna associazione tra tali malattie e che la traduzione di tali esiti nella pratica clinica non giustifica uno screening per la ricerca del diabete di tipo 2 nelle persone con disfunzioni subcliniche della tiroide.                                                                          

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