MENU SEZIONE
MENU SEZIONE

Congresso SIE: aggiornamenti sulle malattie della tiroide

Notizia

PUBBLICATO

Congresso SIE: aggiornamenti sulle malattie della tiroide

Dal 21 al 24 giugno 2017 si è svolto a Roma il Congresso della Società Italiana di Endocrinologia (SIE). La Fondazione Cesare Serono lo ha seguito per proporre aggiornamenti sugli argomenti trattati. Questo riguarda alcune sessioni dedicate alle malattie della tiroide.

COMPILA IL QUESTIONARIO DI AUTOVALUTAZIONE!
Vuoi sapere se sei soggetto a fattori di rischio o hai sintomi di disfunzioni tiroidee? Scoprilo qui!

fondazioneserono.org/questionari/

Una sessione del Congresso della SIE è stato dedicato agli approcci all’ipotiroidismo subclinico e, soprattutto, ai criteri in base ai quali avviare, o meno, un trattamento con levotiroxina. Un aspetto chiave, nella definizione del problema e nella pianificazione di una eventuale terapia, è quello dei valori degli esami di laboratorio ai quali fare riferimento e, a monte di questo, c’è l’ampia variabilità che caratterizza i livelli di TSH, non solo da soggetto a soggetto, ma anche in uno stesso individuo. Al tutto, va aggiunta la variabilità riguardante la misurazione in laboratorio della concentrazione nel sangue dell’ormone. In buona sostanza, il TSH di una stessa persona, misurato nel medesimo laboratorio in due occasioni diverse, può variare del 6-7% per motivi riferibili alla tecnica di dosaggio e del 20% per le normali fluttuazioni della sua secrezione. Dopo queste premesse del moderatore della sessione, Alice Monzani, Specialista in Pediatria dell’Università del Piemonte Orientale di Novara, ha parlato della gestione dell’ipotiroidismo subclinico in pediatria, raccomandando di distinguere bene reali disfunzioni e patologie della tiroide da quelle che ha definito “asteriscopatie”. Quindi, di fronte a un asterisco che indica un’alterazione del TSH, il primo suggerimento della relatrice è di ripetere l’esame, per avere conferma dell’alterazione. Una volta avuta conferma del fatto che i livelli dell’ormone sono superiori alla norma, bisognerebbe valutare il quadro nel suo insieme, considerando la storia del soggetto, quella della sua famiglia e segni e sintomi che possano far pensare a un’alterazione della funzione della tiroide. Se il quadro generale non indirizza verso una cura, il caso va comunque seguito, per verificare se l’ipotiroidismo, nel tempo, da subclinico diventa clinicamente evidente. A questo proposito, Alice Monzani ha ricordato quali sono i fattori che aumentano la probabilità che questa evoluzione avvenga: la presenza di gozzo, di anticorpi anti-tiroide e di tiroidite di Hashimoto al momento della prima diagnosi di ipotiroidismo subclinico e la presenza, nello stesso soggetto, di malattia celiaca. Anche l’associazione di malattia di Turner e di Sindrome di Down, con l’ipotiroidismo subclinico, aumenta il rischio di evoluzione nella forma clinicamente manifesta. Fra i commenti alla relazione, uno ha riguardato il rischio che un ipotiroidismo in una donna, da tempo etichettato come subclinico, diventi clinicamente evidente con la gravidanza. Mario Rotondi, Professore Associato di Endocrinologia e Oncologia Medica della Fondazione Maugeri di Pavia, ha riportato i principali contenuti delle Linee Guida dell’Associazione Americana della Tiroide sull’ipotiroidismo subclinico in gravidanza. In particolare, la sua relazione ha fatto il punto sulle differenze fra le Raccomandazioni contenute nell’edizione del 2017 e in quella del 2011 del documento. Infatti, in base ai nuovi criteri proposti, alcuni quadri precedentemente definiti come ipotiroidismo subclinico, oggi non lo sono più. D’altra parte, i dati su cui si basavano i criteri citati nelle Linee Guida del 2011 riguardavano una casistica complessiva di 5500 soggetti, mentre gli attuali fanno riferimento a 60.000 casi e questo renderebbe più affidabili i dati. Un altro problema nella gestione dell’ipotiroidismo in gravidanza, sia esso clinico o subclinico, è l’attendibilità degli intervalli di normalità del TSH, specifici per ogni trimestre. Nel primo trimestre è difficile stabilire delle soglie di normalità, mentre è più facile nei trimestri seguenti. L’ultima relazione della sessione, quella di Bernadette Biondi, Professore di Endocrinologia dell’Università Federico II di Napoli, ha riguardato l’ipotiroidismo subclinico nell’anziano. In questa fascia di età bisogna evitare due rischi: da una parte quello di non trattare un ipotiroidismo che pare subclinico, ma in realtà è clinico, e dall’altra quello di trattare un soggetto che non richiederebbe la cura. La relatrice ha quindi descritto in maggiore dettaglio le conseguenze di questi due approcci inadeguati e ha fornito indicazioni su come evitarli.

Si è parlato di ipotiroidismo anche in un Simposio dal titolo Problemi di gestione della coppia infertile nell'Endocrinologia 2.0, facendo riferimento, in particolare, all’effetto che questa disfunzione può avere sugli esiti dei cicli di Procreazione Medicalmente Assistita. Anche in questa lettura, il relatore, Luca Chiovato, Professore di Endocrinologia dell’Università di Pavia, ha riportato i contenuti delle Linee Guida dell’Associazione Americana della Tiroide sull’argomento. Quello dell'ipotiroidismo subclinico è un problema complesso anche nelle donne infertili e soprattutto è difficile decidere se trattare o meno le donne con ipotiroidismo subclinico che vogliono concepire. Il relatore ha concluso, d’accordo con le Linee Guida, che, anche se non è provato un vantaggio, la somministrazione di levotiroxina va presa in considerazione. Un altro aspetto al quale porre attenzione è la presenza nelle donne infertili di tiroiditi autoimmuni, quadro, anche questo, sul quale non ci sono evidenze concordi e che, quindi, va analizzato e gestito secondo il profilo del singolo caso. In buona sostanza, di fronte alle diverse scelte che un endocrinologo deve fare in una donna infertile con disfunzioni della tiroide, il relatore consiglia di “fare i medici”, cioè di adeguare le scelte a ciascuna persona, sulla base delle evidenze disponibili e della propria esperienza.

In una sessione dedicata ai tumori rari delle ghiandole endocrine si è parlato di terapia di una neoplasia della tiroide denominata carcinoma midollare. Il relatore, Giovanni Vitale, Professore Associato di Endocrinologia dell’Università di Milano, ha premesso che la rimozione della tiroide è l'unica soluzione definitiva per questa neoplasia, completata dall’eliminazione dei linfonodi presenti nell’area del collo e che potrebbero contenere metastasi. Ha quindi parlato delle più moderne cure oncologiche, come i farmaci denominati inibitori della tirosin-chinasi. Nelle sue conclusioni, il relatore ha segnalato che il problema vero non è la mancanza di farmaci efficaci, ma piuttosto il fatto che non dappertutto in Italia i malati possono avere rimborsati i farmaci più attivi. Alla sessione dedicata alle Associazioni dei malati hanno avuto spazio anche due associazioni che seguono in particolar modo le persone con malattie della tiroide: il CAPE, Comitato Associazione Pazienti Endocrini, e l’AIBAT, l’Associazione Italiana Basedowiani e Tiroidei. Quest’ultima è stata fondata alcuni anni fa, a Reggio Emilia, da due malati e, oltre a fornire supporto a chi ha patologie della tiroide, organizza corsi, per personale sanitario, con cadenza trimestrale e anche occasioni di incontro e svago per gli associati.

Infine, nella sessione sull’ENDO-ERN, abbreviazione di European Reference Network on Rare Endocrine Conditions, cioè la rete europea di centri dedicati alle malattie rare endocrinologiche, Giovanna Mantovani, Professore Associato di Endocrinologia dell’Università di Milano, ha parlato di pseudoipoparatiroidismo. Sulla gestione di questa malattia, è stato pubblicato di recente un Documento di Consensus.

Tommaso Sacco