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Aggiornamenti sui tumori della tiroide

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Aggiornamenti sui tumori della tiroide

Alfredo Pontecorvi, Professore Ordinario di Patologia Speciale Medica e Primario dell’Unità Operativa Complessa di Endocrinologia del Policlinico “A. Gemelli” di Roma, ha rilasciato, al sito della Fondazione Cesare Serono, un’intervista nella quale fa il punto sulla gestione dei tumori della tiroide, secondo quanto raccomandato dalle Linee Guida già pubblicate dal sito.

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Se da una parte negli ultimi anni si è assistito a un importante aumento della frequenza queste neoplasie, dall’altra si sono raccolte, come spiega l’intervistato, informazioni tranquillizzanti sulla sua tendenza all’evoluzione. Si prevede che nel 2020 il carcinoma della tiroide sarà il secondo tumore, in ordine di frequenza, nel sesso femminile e questa specie di epidemia di tumori della tiroide va di pari passo con la diffusione sempre maggiore di noduli localizzati alla ghiandola. La crescita continua delle diagnosi di noduli e di neoplasie è da attribuire alla diffusione dell’esame ecografico della tiroide, che oggi fornisce quasi sempre la prima evidenza della presenza della neoplasia. Evidenza che poi va confermata con l’agoaspirato e l’analisi del materiale che tale procedura permette di raccogliere. Un’altra informazione epidemiologica che ha, in qualche modo, rivoluzionato le strategie consigliate dalla Linee Guida, è quella sulla ridotta malignità del carcinoma differenziato della tiroide. Tale evidenza ha fatto sì che, mentre una volta la scoperta di una lesione di questo tipo portava sempre all’asportazione completa della ghiandola, oggi si preferisce modulare l’approccio in base alle caratteristiche del tumore e, in alcuni casi, ci si può limitare a seguirlo con controlli regolari nel tempo, riservando eventuali interventi ai casi nei quali si rileva un viraggio verso una maggiore aggressività. Anche la presenza di metastasi, ma solo se sono piccole e localizzate in determinate aree anatomiche potrebbe essere gestita con un attento monitoraggio. Il trattamento chirurgico si è anch’esso evoluto e spesso si opta per un’asportazione parziale della ghiandola, se la diffusione del carcinoma lo permette, rispetto alla tiroidectomia totale. Queste strategie meno aggressive conseguono alla raccolta, negli ultimi anni, delle seguenti evidenze: oltre 95% dei carcinomi differenziati della tiroide guarisce, se curato correttamente, solo il 15% di quelli trattati dà luogo a una recidiva, che spesso si manifesta esclusivamente come alterazione di esami di laboratorio, e, infine, la sopravvivenza a 30 anni delle persone che hanno avuto questo tumore è superiore al 97%. Per i pochi casi che mostrano un maggiore profilo di malignità, si dispone di nuovi farmaci a bersaglio molecolare che permettono, comunque, di prolungare sensibilmente la sopravvivenza.

Come Alfredo Pontecorvi ha ribadito più volte nel corso della sua intervista, questi approcci meno aggressivi si possono applicare solo se il malato è seguito da un Centro di eccellenza, specializzato nella gestione dei tumori della tiroide. Infatti, è bene chiarire che solo in Centri di quel tipo troverà i migliori ecografisti, i migliori anatomopatologi, i migliori endocrinologi, i migliori chirurghi e i migliori oncologi, in grado di seguire adeguatamente la sua malattia, limitando l’aggressività delle cure. Per i casi che non sono gestiti in quei Centri, le strategie di cura devono tenere conto del contesto nel quale sono gestiti e non solo delle indicazioni delle Linee Guida.

Redazione Fondazione Cesare Serono