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Oftalmopatia tiroidea

Oftalmopatia tiroidea

L'oftalmopatia tiroidea, chiamata anche oftalmopatia Basedowiana, è una malattia autoimmune che si manifesta con l'esoftalmo, vale a dire con un'anomala sporgenza degli occhi. Questa alterazione è il risultato di processi infiammatori localizzati ai tessuti posti intorno all’occhio che, a loro volta, sono stati posti in relazione con un'infiltrazione dei tessuti stessi da parte di linfociti T.

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Nell’oftalmopatia tiroidea, tali cellule rivolgono la loro azione di difesa contro proteine dei tessuti che circondano l’occhio attivando vari meccanismi caratteristici dell’infiammazione. Nella maggior parte dei casi, l’oftalmopatia tiroidea si associa a malattie della tiroide che determinano ipertiroidismo, come malattia di Graves e morbo di Basedow, ma a volte si osserva in casi di ipotiroidismo o di tiroidite di Hashimoto.

Una ricerca epidemiologica fatta negli Stati Uniti, su una casistica seguita dal 1976 al 1990, ha rilevato un’incidenza di oftalmopatia di Graves di 16 casi per 100.000 all’anno nelle femmine e di 2.9 per 100.000 all’anno nei maschi. Uno studio svedese più recente ha individuato un’incidenza di 21 casi per 100.000 all’anno di malattia di Graves. Il 20.1% di essi ha avuto un’oftalmopatia di varia gravità, con un’incidenza complessiva di 4.2 casi per 100.000 all’anno e, in particolare, 3.3/100.000/anno nelle femmine e 0.9/100.000/anno nei maschi. L’ampia variabilità rilevata per la frequenza dell’oftalmopatia di Graves è dovuta anche alla difficoltà di applicare criteri omogenei per la definizione delle forme meno gravi di questa patologia. Una discreta variabilità riguarda anche la prevalenza, con dati che vanno da 90 casi su 100.000 a oltre 300 casi su 100.000, in studi eseguiti in Paesi diversi. Tra i fattori associati alla comparsa dell’oftalmopatia di Graves c’è il sesso, vista la frequenza maggiore nelle femmine, e anche l’età con prevalenza che aumenta fra i 40 e i 50 anni e fra i 60 e i 70 anni. Più controverso è l’effetto dell’etnia. L’oftalmopatia di Graves si presenta più spesso in ambedue gli occhi, ma più raramente (9-34%) ne coinvolge uno solo. Nella maggioranza dei casi si rileva un’aumentata funzione della tiroide, mentre una quota di soggetti che varia fra lo 0.2 e l’11% è eutiroidea o ha un ipotiroidismo subclinico  o clinicamente evidente. La presenza di anticorpi anti-recettore del TSH è associata allo sviluppo dell’ipertiroidismo della malattia di Graves, ma anche all’attività clinica e alla gravità dell’oftalmopatia relativa. D’altra parte, in una casistica di 700 soggetti con tiroidite cronica autoimmune, solo 44 soggetti (6%) avevano l’oftalmopatia di Graves. Di essi, 30 (68%) avevano anticorpi anti-recettori del TSH, mentre nei casi senza oftalmopatia di Graves solo il 5.5% aveva tali anticorpi. Per quanto riguarda l’evoluzione, l’oftalmopatia di Graves ha una prima fase nella quale si attivano i meccanismi dell’infiammazione e una successiva nella quale si stabilizzano le alterazioni che si sono determinate. In seguito tende a migliorare, pur senza una completa normalizzazione delle strutture interessate. Esiste comunque un’ampia variabilità della gravità dei quadri che va dalle forme lievi che si risolvono senza cure a quelle, rare, che sono più gravi e rispondono poco ai trattamenti. Sono stati individuati diversi fattori che favoriscono la comparsa dell’oftalmopatia di Graves, a parità di altre condizioni. Dibattuto è il ruolo della genetica, mentre meglio definiti sono i fattori modificabili come il fumo, l’alterata funzione della tiroide, lo stress ossidativo e l’elevata concentrazione di colesterolo nel sangue. Per quanto riguarda le disfunzioni della tiroide che provocano l’oftalmopatia, è importante che vengano trattate tempestivamente e in maniera efficace. Un altro fattore da considerare è il trattamento con radioiodio. Tale terapia costituisce un approccio consolidato ed efficace all’ipertiroidismo provocato dalla malattia di Graves, ma comporta un piccolo, ma altrettanto definito, rischio di provocare o far peggiorare l’oftalmopatia. In alcune casistiche si è osservato che tale effetto indesiderato della terapia con radioiodio è più frequente nei fumatori e lo è meno se la durata della malattia di Graves è superiore a 5 anni o se l’oftalmopatia è inattiva.

Oltre al già citato esoftalmo, altre manifestazioni dell’oftalmopatia tiroidea sono: dolore, anche grave e che aumenta muovendo gli occhi, arrossamento e bruciore degli stessi al risveglio, secchezza e sensazione di corpo estraneo, lacrimazione anomala, vista doppia o annebbiata. In alcuni casi si osservano anche danni alle strutture dell’occhio o al nervo ottico. La diagnosi dell’oftalmopatia tiroidea si basa su un esame obiettivo, con misurazioni della sporgenza degli occhi. Per eventuali approfondimenti, si possono eseguire ecografia, risonanza magnetica e tomografia computerizzata. Fra le misure di prevenzione c’è l’abolizione del fumo di sigaretta e la somministrazione di corticosteroidi, nelle persone con malattia di Graves sottoposte a terapia con radioiodio. Le cure vanno dai colliri a base di lacrime artificiali a quelli contenenti farmaci ad effetto betabloccante, ai corticosteroidi. Nei casi più gravi si può ricorrere anche a interventi chirurgici. Nel gennaio 2020, la Food and Drug Administration ha approvato l’impiego clinico dell’anticorpo monoclonale teprotumumab nella cura dell’oftalmopatia tiroidea.

Tommaso Sacco

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