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Ridurre la carne rossa nella dieta previene veramente le malattie?

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Ridurre la carne rossa nella dieta previene veramente le malattie?

Una revisione della letteratura pubblicata sulla prestigiosa rivista Annals of Internal Medicine (Annali di Medicina Interna) rimette in discussione tutto ciò che è stato comunicato negli ultimi anni circa i benefici per la salute derivanti dalla riduzione della carne rossa nella dieta. È da basso a molto basso il livello di certezza delle evidenze che pongono in relazione la minore assunzione di carne rossa con la riduzione dello sviluppo di malattie cardiovascolari, metaboliche e neoplastiche e con il rischio di decesso dovuto a queste patologie.

Da anni, esperti di varie branche della medicina e istituzioni impegnate nell’area della salute attribuiscono all’assunzione di carne rossa importanti rischi di sviluppo di malattie cardiovascolari, metaboliche e tumorali. Un gruppo internazionale di esperti ha eseguito una revisione degli articoli relativi a studi che avevano valutato gli effetti sulla salute di una riduzione della quantità di carne rossa introdotta con l’alimentazione. Prima di riportare i dettagli di tale revisione, è opportuno spiegare come si indagano le relazioni fra abitudini di vita e malattie. Tali valutazioni si possono fare con vari tipi di ricerca. In prima istanza si verificano tutti gli effetti che una certa abitudine di vita ha sul funzionamento dell’organismo. Un altro tipo di approccio prevede la verifica del livello di salute di persone che hanno quell’abitudine di vita, confrontandolo con quello di altri soggetti che non l’hanno. Partendo da tutti i dati e le informazioni raccolte con queste ricerche, si eseguono altri studi, che valutano cosa succede eliminando o riducendo la stessa abitudine di vita, possibilmente confrontando tale approccio con il mantenimento dell’abitudine di vita. Sugli esiti di queste verifiche si dovrebbero fondare le raccomandazioni per una modifica dell’alimentazione, perché solo indagando gli effetti di tale modifica se ne può sostenere il razionale. Perciò Zeraatkar e colleghi hanno individuato, nei maggiori archivi di letteratura scientifica, gli articoli relativi a ricerche che avevano confrontato l’effetto sulla salute di diete ad alto contenuto di carne rossa con quello di diete a basso contenuto. Nell’analisi sono stati inclusi solo gli studi che hanno previsto una randomizzazione dei soggetti arruolati nei due gruppi di confronto. Per rendere il più obiettiva possibile la valutazione dei dati raccolti sono stati creati due gruppi indipendenti di esperti che hanno verificato la solidità delle evidenze e il rischio di fattori confondenti. Sono stati individuati solo 12 studi di questo tipo, ritenuti rispondenti alle caratteristiche di qualità prestabilite. Di essi, solo 1, che aveva incluso 48.835 soggetti di sesso femminile, ha fornito evidenze credibili, ma con un livello di certezza basso, di un effetto piccolo di diete a ridotto contenuto di carne rossa, sul rischio di decesso da qualsiasi causa (rapporto di rischio 0.99; intervallo di confidenza al 95% 0.95-1.03), sul rischio di decesso da malattie cardiovascolari (rapporto di rischio 0.98; intervallo di confidenza al 95% 0.91-1.06) e sul rischio di sviluppo di malattie cardiovascolari (rapporto di rischio 0.99; intervallo di confidenza al 95% 0.94-1.05). Questa ricerca ha fornito anche un’evidenza, di certezza da bassa a molto bassa, dell’effetto di una dieta a ridotto contenuto di carne rossa sul rischio complessivo di decesso da tumori (rapporto di rischio 0.95; intervallo di confidenza al 95% 0.89-1.01) e sul rischio di sviluppo di tumori, compresi quello del colon-retto (rapporto di rischio 1.04; intervallo di confidenza al 95% 0.90-1.20) e della mammella (rapporto di rischio 0.97; intervallo di confidenza al 95% 0.90-1.04). Gli autori, nel riportare i risultati della loro analisi, hanno sottolineato che sono comunque pochi gli studi che hanno valutato l’effetto sulla salute di diete ad alto o a basso contenuto di carne rossa, che molti di quelli disponibili hanno utilizzato variabili indirette e che, spesso, hanno previsto una differenza troppo piccola, fra i due gruppi posti a confronto, riguardo alla quantità di carne rossa assunta.

Le conclusioni alle quali sono giunti Zeraatkar e colleghi sono che: il grado basso o molto basso di certezza delle evidenze disponibili suggerisce che diete a basso contenuto di carne rossa non hanno dimostrato effetti, o hanno avuto solo effetti limitati, sulla frequenza di sviluppo di malattie cardiache, vascolari e neoplastiche e sulla mortalità attribuibile alle stesse patologie.

Di fronte a delle affermazioni in totale controtendenza, rispetto a tutta la comunicazione su dieta e salute degli ultimi anni, ci sarà certamente chi invocherà chissà quali condizionamenti che hanno motivato Zeraatkar a pubblicare il loro articolo. A parte il fatto che tutti gli autori hanno sottoscritto la mancanza di conflitti di interesse che li possano avere influenzati, si potrebbe ribaltare il problema e ci si potrebbe chiedere quali interessi possano avere spinto a pubblicare studi che traevano conclusioni, sui benefici della riduzione della carne rossa della dieta, sulla base di evidenze molto deboli. Più interessante di queste ipotesi “dietrologiche” è quanto riportato in un articolo pubblicato da “The New York Times”, che ha ripreso quello dell’Annals of Internal Medicine, che cita i contenuti di un’intervista a uno degli autori della nuova ricerca. Bradley Johnston, epidemiologo della Dalhousie University canadese, ha dichiarato di essere stato oggetto di aspre critiche da parte di molti esperti e di ricercatori della Sanità Pubblica. L’Associazione Americana del Cuore (American Heart Association) e la Società Americana del Cancro (American Cancer Society) hanno attaccato duramente i risultati dello studio e il giornale che ha pubblicato l’articolo. Alcuni hanno contattato i responsabili scientifici della rivista chiedendo di ritardare la pubblicazione dell’articolo. Alcuni ricercatori dell’Università di Harvard hanno affermato che le sue conclusioni “minano la credibilità della scienza della nutrizione ed erodono la fiducia dell’opinione pubblica nella ricerca scientifica”. Insomma, ci sono stati tentativi di censurare i dati della ricerca e questo non è propriamente un approccio scientifico, perché in questo ambito i dati si dovrebbero contraddire con altri dati più solidi. L’articolo del New York Times fornisce ulteriori dettagli circa il metodo impiegato da Zeraatkar e colleghi nell’analisi degli studi pubblicati e conferma che sono stati il più possibile rigorosi. Un altro commento, raccolto da un ricercatore dell’Università di Harvard, aiuta a comprendere il punto di vista di chi, per anni, ha evidenziato i rischi dell’assunzione della carne rossa: “può darsi che le ricerche sui pericoli relativi alla carne rossa abbiano dei problemi, ma la coerenza dei risultati dei diversi studi pubblicati sull’argomento è alla base della loro credibilità e ha aggiunto che le ricerche relative alle abitudini alimentari non possono rispondere agli stessi criteri rigidi di quelli applicati per valutare i farmaci”. Quest’ultimo commento, che parte dall’ammissione che gli studi sull’efficacia della riduzione della carne rossa della dieta non hanno fornito evidenze conclusive, sposta la discussione su un aspetto più volte illustrato nei contenuti del sito della Fondazione Cesare Serono. Determinare con precisione gli effetti di un’abitudine di vita o di un alimento sul rischio di sviluppare una malattia è estremamente difficile, perché la variabilità dei comportamenti delle persone e delle loro stesse caratteristiche fisiche amplifica il rischio di giungere a conclusioni poco attendibili. Da questa riflessione nasce però un quesito: è corretto cercare di imporre a milioni di persone modificazioni dell’alimentazione non sapendo, e non potendo sapere,  con certezza se esse servono a migliorare la salute?        

Tommaso Sacco

Fonte: Effect of Lower Versus Higher Red Meat Intake on Cardiometabolic and Cancer Outcomes: A Systematic Review of Randomized Trials; Annals of Internal Medicine, 2019 Oct 1.

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