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Obesità infantile e disagio psicologico

Parere degli esperti |time pubblicato il
Obesità infantile e disagio psicologico

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


Nella società odierna il sovrappeso e l’obesità sono patologie in costante e crescente aumento e una buona parte di questa popolazione è rappresentata da bambini. L’obesità infantile, infatti, è un problema di notevole rilevanza sociale e ha un’origine multifattoriale e, come tale, è il risultato di diverse cause, più o meno evidenti, che interagiscono tra loro.

Generalmente però, escluse cause prettamente mediche, è stato rilevato da molti studi clinici che l’obesità nei bambini trova la sua origine in alcune dinamiche familiari che spesso mantengono la patologia fino all’età adolescenziale. Tra le dinamiche familiari più frequenti si riscontrano sia i comportamenti alimentari sia gli atteggiamenti culturali che i genitori trasmettono nel contesto familiare ed educativo, sia le problematiche di comunicazione e interazione tra genitori e figli.

Il cibo è il primo canale comunicativo tra genitore e figlio e, di conseguenza, rappresenta la prima modalità del bambino di poter entrare in relazione con i propri genitori.

Alcuni genitori, spesso, inconsciamente, tendono a sostituire il ruolo del cibo a quello della relazione, stimolando il bambino a nutrirsi in modo eccessivo e sregolato. La nutrizione acquista quindi un valore emotivo e si configura come un ulteriore mezzo per esprimere il proprio affetto o alle volte per sopperire a qualche senso di colpa.

Se tutto questo avviene saltuariamente e con un certo grado di consapevolezza, non accade nulla di patologico, ma il problema nasce quando questi comportamenti sono piuttosto frequenti nel tempo e diventano un modo del bambino stesso di sopperire a cure e attenzioni: “mangio perché mi annoio, perché mi sento solo, perché non so con chi comunicare…”.

Gli studi sui disturbi alimentari dell’età evolutiva evidenziano, inoltre, come all’interno delle relazioni familiari sia assente una corrispondenza tra gli stili autoregolativi e di comportamento del bambino e le aspettative dei genitori, i quali adottano stili educativi e modelli di pensiero ereditati dalle proprie famiglie di origine.

È dunque fondamentale essere consapevoli di come un disagio fisico, quale l’obesità, nasconda in realtà un disagio più profondo relazionale e psicologico.

Che cosa significa nutrirsi?

Nutrirsi non è semplicemente un momento di soddisfazione di un bisogno fisiologico, ma è un’attività a cui l’individuo attribuisce molteplici significati. Nel neonato l’alimentazione assume forti connotazioni comunicative e simboliche: la relazione madre-bambino, che si sviluppa nel momento dell’alimentazione, è centrale sia per la formazione del legame di attaccamento sia per la strutturazione dei rapporti di reciprocità, base del futuro sviluppo della comunicazione intenzionale e dell’articolarsi della conoscenza di sé e del mondo.

Tra una madre e suo figlio si instaura una comunicazione emotiva simile a una danza, madre e figlio si scambiano emozioni e la capacità di una sintonizzazione affettiva all’interno di una relazione diadica “sufficientemente buona” permette al bambino di organizzare esperienze corporee ed emotive, fino ad acquisire il suo equilibrio psicosomatico. È fondamentale quindi che la madre rappresenti una base sicura, capace anche di adattarsi ai bisogni del figlio, di trasmettere al bambino l’idea di essere protetto e, nello stesso tempo, in grado di sostenerlo nell’esplorazione del mondo circostante, esponendolo gradualmente alle difficoltà dell’ambiente.

Nel momento in cui però lo stile materno diviene iperprotettivo e controllante, il bambino non si sentirà più sicuro e interromperà il normale processo di esplorazione, tendendo a voler corrispondere presto a desideri e aspettative materne, piuttosto che sviluppare la propria iniziativa e individualità; questo potrebbe comportare difficoltà a livello dell’interazione sociale, dell’acquisizione dell’autostima e del senso di identità.

La modalità di relazione iperprotettiva tra madre e bambino appare sostenuta più dall’esigenza materna di appagare ansie e bisogni propri, piuttosto che da una sintonizzazione sulle effettive esigenze del figlio. Il bambino obeso cresce solitamente in un ambiente ipercontrollato e restrittivo, in cui il cibo diviene il mezzo per esprimere l’affetto e per placare ansia e sensi di colpa. Spesso i genitori dei bambini obesi mantengono i propri figli in un contesto di isolamento dagli stimoli sociali e in rapporto esclusivo e idealizzato con una madre iperprotettiva. In tale contesto, il comportamento iperfagico del figlio nascerebbe dalla tensione generata nei confronti dei contatti sociali o, più spesso, da un senso di vuoto interno, di noia, dalla sensazione di non avere controllo sulla propria vita.

L’importanza di un approccio integrato nella cura del bambino obeso

Approfondendo il significato che l’assunzione del cibo ha nella patologia dell’obesità, la complessità delle dinamiche familiari e i profondi conflitti psichici che il soggetto obeso deve affrontare, entrando in quel delicatissimo periodo evolutivo che è l’adolescenza, si sottolinea come un approccio integrato divenga fondamentale in ottica sia preventiva sia terapeutica. L’approccio integrato medico-psicologico al paziente, che tiene conto della sofferenza in termini di “complessità” (quale unità mente-corpo), è divenuto fondamentale da quando il baricentro terapeutico si è spostato dal concetto di guarigione a quello di cura. In tale ottica, la diagnosi e la cura dei disturbi in età evolutiva necessitano del coinvolgimento dei familiari del paziente sia per una adeguata comprensione dei disturbi stessi, sia per allestire programmi di intervento mirati, in cui l’alleanza terapeutica con il genitore svolge un ruolo essenziale.

La possibilità di una buona comunicazione con almeno uno dei genitori, la capacità di godere della compagnia degli amici, di avere interessi e di assumersi responsabilità sono state individuate come caratteristiche ambientali e psicologiche che favoriscono il successo di una dieta; al contrario, atteggiamenti genitoriali autoritari, iperprotettivi e perfezionisti costituiscono una delle cause più frequenti di fallimento.

Dott.ssa Maria Teresa Laura Abbruzzese - Psicologa Psicoterapeuta

Bibliografia di riferimento

  • Canestrari R. Psicologia generale e dello sviluppo. CLUEB, Bologna 1984.
  • Minuchin S. Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio, Roma 1977.
  • Pizzo S, Massignari V. Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione in età evolutiva. Diagnosi, assessment e trattamento. Erickson, Trento 2014.
  • Schaffer HR. Lo sviluppo sociale. Raffaello Cortina Editore, Milano 1998.
  • Trombini E. I disturbi alimentari dell’età evolutiva. Bambini e Nutrizione 2005;12:65-75.

 

 

 

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