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Molti sopravvissuti a infarto o ictus continuano a fumare e la depressione si associa al mantenimento dell’abitudine

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Molti sopravvissuti a infarto o ictus continuano a fumare e la depressione si associa al mantenimento dell’abitudine

Un gruppo di ricercatori statunitensi ha pubblicato due articoli sull’abitudine al fumo in persone che sono sopravvissute a eventi cardiovascolari gravi, come infarto o ictus. Le evidenze emerse da tali articoli hanno confermato quanto sia difficile abbandonare un’abitudine come il fumo e come la depressione sia spesso associata al mancato abbandono di tale abitudine.

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In uno dei due articoli Parikh e colleghi hanno valutato la frequenza di mantenimento dell’abitudine al fumo da parte di persone che avevano avuto un ictus. Per farlo, hanno analizzato i dati di due grandi studi epidemiologici eseguiti negli Stati Uniti come l’indagine nazionale su nutrizione e salute (in inglese National Health and Nutrition Examination Survey: NHANES) e il sistema di sorveglianza sui comportamenti a rischio (in inglese Behavioral Risk Factor Surveillance System: BRFSS). Ai partecipanti ai due studi era stato chiesto se avevano avuto ictus e se fumavano. In quello denominato NHANES, erano stati misurati anche i livelli nel sangue di una molecola denominata cotinina, presente nelle persone che fumano. Applicando opportuni metodi statistici si è rilevato che fra i 49.375 partecipanti al NHANES, nel periodo compreso fra il 1999 e il 2016, e fra i 3.621.741 arruolati nel BRFSS fra il 2011 e il 2018, la prevalenza dell’ictus era stata di circa il 3%. La frequenza complessiva dei fumatori, fra le persone sopravvissute all’ictus, è stata del 24% nel HNANES e del 23% nel BRFSS. Fra i soggetti che non avevano avuto l’ictus, la probabilità di continuare a fumare è diminuita nel tempo in ambedue le ricerche, mentre non si è ridotta fra i sopravvissuti all’ictus, né nel HNANES (rapporto di rischio 1.00; intervallo di confidenza al 95% 0.93-1.07), né nel BRFSS (rapporto di rischio 0.99; intervallo di confidenza al 95% 0.98-1.004).

Quasi contemporaneamente a questo articoli, gli stessi autori ne hanno pubblicato un altro che ha riportato i risultati di uno studio che ha valutato se il continuare a fumare, dopo essere sopravvissuti a un ictus o a un infarto, fosse correlato alla presenza di depressione. Per questa ricerca hanno fatto riferimento ai dati del HNANES raccolti fra il 2005 e il 2016. Sono state arruolate persone di età uguale o superiore a 20 anni, che avevano avuto un ictus o un infarto del miocardio e che fumavano. Tutti i partecipanti avevano risposto a un questionario mirato a indagare la presenza dei sintomi della depressione. L’abitudine al fumo è stata confermata sulla base delle dichiarazioni delle persone arruolate e sul dosaggio della cotinina nel sangue. I risultati hanno indicato che, fra i sopravvissuti a ictus o a infarto che erano fumatori, il 37.9% (intervallo di confidenza al 95% 34.5-41.3%) ha riferito di fumare dopo l’evento e il 43.8% (intervallo di confidenza al 95% 40.3-47.3%) aveva concentrazioni di cotinina nel sangue compatibili con l’abitudine al fumo. Nessuna differenza, in termini di frequenza del fumo, si è osservata fra i sopravvissuti all’ictus e quelli che avevano avuto l’infarto del miocardio. La prevalenza della depressione è stata complessivamente del 21%. Ponendo in relazione l’abitudine al fumo con la depressione, si è rilevato che coloro che erano sopravvissuti a ictus e a infarto ed erano depressi avevano un rischio maggiore di più di due volte di fumare dopo gli eventi (rapporto di rischio 2.28; intervallo di confidenza al 95% 1.24-4.20). Considerando solo le persone sopravvissute all’ictus, la presenza di depressione aumentava la probabilità di fumare di quasi tre volte (rapporto di rischio 2.97; intervallo di confidenza al 95% 1.20-7.38). Riferendo l’analisi alla misurazione della cotinina nel sangue, i risultati sono stati simili.

Combinando le conclusioni dei due articoli, emerge che è più facile che abbandoni l’abitudine un fumatore che non ha mai avuto un ictus, rispetto a uno che è sopravvissuto a un evento di questo tipo e che la presenza di depressione aumenta la probabilità di continuare a fumare dopo un grave evento cardiovascolare.        

Nell’insieme le evidenze riportate nei due articoli di Parikh e colleghi confermano alcuni aspetti rilevanti sulle abitudini di vita. Il primo è che abbandonare abitudini anche ad alto rischio per la salute è estremamente difficile. Il secondo è che anche essere arrivati sul punto di morire per una malattia chiaramente correlata a una determinata abitudine, non necessariamente crea nelle persone una motivazione sufficiente a liberarsi dell’abitudine stessa. Il terzo aspetto, anch’esso rilevante, è che dietro alla difficoltà di abbandonare un’abitudine che pure si sa che mette a rischio la salute e la vita, ci possono essere problemi psicologici, come la depressione, che andrebbero affrontati e risolti.       

Tommaso Sacco

Fonti