Le preferenze per i cibi sono programmate dai geni?

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Le preferenze per i cibi sono programmate dai geni?

Uno studio presentato al Congresso annuale della Società Americana della Nutrizione ha valutato il rapporto fra geni e preferenze per i sapori. I risultati preliminari hanno indicato che un punteggio poligenico dei sapori può  far prevedere le scelte dei cibi.

Un presupposto diffuso in molta parte dell’opinione pubblica, e purtroppo anche in alcuni medici, è che le scelte delle persone riguardo all’alimentazione dipendano dalla loro golosità e questa viene associata alla mancanza di volontà nel resistere a certi stimoli. I risultati dello studio presentato al Congresso annuale della Società Americana della Nutrizione, insieme ad altre evidenze, spiegano le preferenze per i cibi in modo del tutto diverso, correlandola con il corredo genetico. Precedenti riscontri avevano indicato che i geni influenzano il modo di percepire i sapori, ma meno definito era l’impatto di tali geni sulla qualità della dieta e sulle scelte alimentari più o meno sane. Per fare chiarezza su questi aspetti si è analizzato un campione di oltre 6000 soggetti adulti, nei quali è stato applicato l’approccio dell’associazione tra le variazioni dei geni e le preferenze per i sapori, creando un indice denominato in inglese polygenic taste score, traducibile in punteggio poligenico dei sapori. Il razionale di questo indice consiste nell’assegnare un punteggio ai geni che condizionano la percezione dei sapori “primari” come l’amaro, il salato, il dolce, l’aspro e l’umami caratteristico dei cibi contenenti glutammato. Avere ad esempio un punteggio poligenico dei sapori alto per il dolce, significa essere più sensibile ai cibi con questo sapore e mangiarne di più, di chi ha un punteggio più basso per il dolce. Nella popolazione valutata si sono osservate precise relazioni tra i valori del punteggio poligenico dei sapori e la mancata assunzione di certi alimenti. Ad esempio, chi aveva un punteggio poligenico dei sapori elevato per l’amaro, mangiava pochi cereali integrali e chi l’aveva alto per l’umami aveva una dieta povera di frutta e verdura, soprattutto di quella di colore rosso e arancione come carote e peperoni. Partendo dal punteggio poligenico dei sapori, e passando attraverso le preferenze per i cibi, si potrebbe spiegare, quindi, anche cosa limita l’aderenza a una dieta più sana. Infatti, facendo riferimento alle relazioni appena descritte, gradire l’amaro o l’umami porta a escludere dall’alimentazione i cereali integrali, che riducono il rischio cardiovascolare, e un adeguato introito di verdura, che contribuisce a prevenire lo sviluppo del diabete di tipo 2. Le evidenze raccolte sono coerenti con l’approccio della nutrizione personalizzata, che ha proprio l’obiettivo di adattare la dieta alle caratteristiche del singolo individuo per ridurre il rischio di sviluppo di malattie, ma tenendo conto delle sue preferenze per i cibi.

Il punteggio poligenico dei sapori è una buona base di partenza per sviluppare nuove conoscenze sugli effetti dei geni sulle scelte alimentari. Future ricerche dovranno confermare le relazioni rilevate in questo studio.                

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Fonte: Medscape

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