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La dieta universale dell’Antropocene

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La dieta universale dell’Antropocene

La prestigiosa rivista Lancet (in italiano Bisturi) ha lanciato un progetto mirato a definire una dieta universale adattata all’era contemporanea, basata su sistemi di produzione del cibo sostenibili, rispetto all’ambiente e che migliori la salute degli abitanti del globo.

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Il termine Antropocene viene usato dagli scienziati per definire l’epoca contemporanea, nella quale l’azione dell’uomo ha determinato effetti sull’ambiente terrestre che ne hanno modificato le caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche. Il principio generale dal quale è partito il progetto di Lancet è quello che il sistema di produzione del cibo ha il potenziale di cibi sani permettendo, parallelamente, il mantenimento dell’equilibrio dell’ambiente. Al contrario, nell’antropocene si sono determinate tendenza esattamente contrarie. Infatti, se da una parte la produzione globale di cibo, in termini di calorie, ha seguito il ritmo della crescita della popolazione mondiale, dall’altra 820 milioni di persone non hanno quantità di cibo sufficienti per la loro sopravvivenza e molti di più sono quelli che hanno diete scarse e povere di elementi nutrizionali indispensabili. Tutto ciò ha fatto sì che si siano diffuse sia malattie “da eccessi”, come obesità, diabete, malattia coronarica e ictus, sia patologie da carenze. Secondo gli autori dell’articolo che presenta il progetto, le minacce per la salute costituite dalle diete non sane fanno più danni del sesso non sicuro, dell’alcol, del fumo e delle droghe messe insieme. La Commissione creata da Lancet raccoglie 19 membri ai quali si aggiungono altri 18 co-autori di 16 Paesi diversi e di varia estrazione, dalla medicina all’agricoltura, all’ambiente. Questi esperti si sono posti l’obiettivo di sviluppare soluzioni per ottenere una maggiore disponibilità di cibi sani, senza determinare un impatto negativo sull’ambiente terrestre. Il progetto nel suo insieme è molto ambizioso, fino ad essere visionario. Fra i punti evidenziati nell’articolo c’è che il mutamento dei consumi mondiali, dalle attuali diete a rischio ad abitudini alimentari sane, sarebbe da ottenere per il 2050 e richiederà un sostanziale cambiamento di abitudini, compresa una riduzione a livello globale del consumo di alimenti non sani, fra i quali carne rossa e zucchero, di più del 50%. Parallelamente, per raggiungere gli obiettivi prefissati, ci dovrebbe essere un incremento del 100% dell’introduzione di cibi sani quali: frutta a guscio, frutta fresca, verdura e legumi. D’altra parte, si aggiunge che in alcune aree del mondo le modificazioni delle abitudini dovranno essere ancora più radicali. Nel lungo articolo che illustra il progetto, si forniscono dettagli riguardo alla compatibilità fra i cambiamenti nella produzione degli alimenti necessari per raggiungere gli obiettivi sopra riportati, e il miglioramento dell’ambiente.

Di fronte a progetti come questi non si può che rimanere ammirati dal coraggio di ambire a invertire tendenze che sembrano inarrestabili. Dal punto di vista di chi propone tali cambiamenti, gli obiettivi sono talmente nobili da giustificare il sogno di ottenerli: ridurre i decessi del 19-24% vale a dire di 10.8-11.6 milioni di morti all’anno. D’altra parte, chiunque abbia sperimentato la difficoltà di modificare, in sé stesso o nel prossimo, un’abitudine rischiosa ma ben consolidata, non può che considerare utopistiche proposte di questo tipo. Un’ultima nota riguarda il fatto che, fra i 37 esperti di 16 Paesi diversi che hanno contribuito al progetto, non c’è nessun italiano.

Tommaso Sacco

Fonte: Food in the Anthropocene: the EAT–Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems. The Lancet, Volume 393, Issue 10170, p. 447-492, 2 February 2019