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Fumo: storia di un’abitudine

Fumo: storia di un’abitudine

Secondo una leggenda degli indiani Huron, “nei tempi antichi quando le terre divennero aride e la gente moriva di fame, il grande spirito mandò una donna a salvare l’umanità. Viaggiando in tutto il mondo, ovunque la sua mano destra toccasse il suolo, cominciavano a crescere le patate e dovunque la mano sinistra toccasse la terra cresceva il granturco e dove lei si sedette, crebbe il tabacco”.

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La pianta del tabacco venne chiamata Nicotiana tabacum, dal nome di Jean Nicot De Villemain, che ne promosse la coltivazione in Francia, convinto delle sue qualità medicinali. Il tabacco cresceva nelle Americhe già 8000 anni fa e ci sono prove che circa 2000 anni fa il tabacco venisse masticato e fumato durante cerimonie religiose e culturali delle antiche tribù. Questo spiega le origini della leggenda degli indiani Huron, che collega il salvataggio dell’umanità alla disponibilità di alimenti, come patate e granturco, e del tabacco. In Europa arrivò solo nel 1531, portato da Cristoforo Colombo, che lo vide fumare dagli indigeni delle isole dove sbarcò, ma pochi decenni dopo l’inizio della sua diffusione nel continente europeo, si cominciarono a lanciare allarmi circa le conseguenze che esso poteva avere sulla salute. Nel 1604 Re Giacomo I d’Inghilterra, in un trattato intitolato “La dura risposta al tabacco” scrisse, tra l’altro: “il fumo è un’abitudine disgustosa alla vista, odiosa al naso, pericolosa per il cervello, dannosa per polmoni e il fumo nero e puzzolente sembra che produce assomiglia molto a quello che si alza dallo Stige, che è un letamaio senza fine”. Se si pensa che lo Stige è il fiume dell’inferno, si capisce ancora meglio come Re Giacomo I considerasse il fumo.  Parallelamente ai primi allarmi su questa abitudine, si stavano sviluppando rilevanti interessi commerciali intorno al tabacco, che diventò una sorta di moneta di scambio, utilizzata nelle transazioni commerciali. Già nel ‘600, e ancora di più nel ‘700, nacquero le industrie del tabacco e nella seconda metà dell’ottocento furono inventate le prime macchine per produrre le sigarette, che ne creavano 200 al minuto, un numero irrisorio rispetto a quelle attuali che ne arrivano a produrre 9000 al minuto. Ovviamente, la produzione su larga scala rese ancora più vantaggiosa per le aziende questa attività industriale e si innescò un circolo vizioso fra produzione, promozione del consumo e introiti sempre maggiori che, nel ‘900, hanno reso le aziende del tabacco delle vere potenze economiche. Questo è stato un aspetto chiave della diffusione del fumo e dei danni da esso provocati. Infatti, se da una parte si lanciavano sempre nuovi allarmi sui danni per la salute causati da tale abitudine, dall’altra le aziende produttrici riuscivano a orientare la comunicazione, e anche certe scelte politiche, che amplificavano, o quanto meno non ostacolavano, la diffusione del fumo. Due momenti storici di particolare incremento del consumo delle sigarette sono stati la prima e la seconda guerra mondiale. Infatti, durante questi conflitti si distribuivano ai soldati le sigarette per aiutarli a sopportare le pressioni psicologiche alle quali erano sottoposti, ma questo creò una dipendenza dall’abitudine al fumo, della quale quegli uomini non riuscirono più a liberarsi. Lo stesso è successo nei campi di prigionia della seconda guerra mondiale, dove la stessa Croce Rossa distribuiva le sigarette. Non solo eventi drammatici come le guerre, ma anche l’industria dello spettacolo è stata un veicolo di promozione del fumo, creando dei modelli di comportamento che, almeno fino agli anni ’80, hanno attribuito una valenza positiva a questa abitudine, stimolando gli spettatori a imitare i loro idoli che fumavano nei film. Basti ricordare, fra gli attori stranieri, Humphrey Bogart e Jean Gabin, ma anche in tanti film italiani degli anni ’70 e ’80 il pacchetto di sigarette era sempre in bella mostra e frequenti erano le scene nelle quali gli attori fumavano. Questi condizionamenti, più o meno occulti, hanno continuato a promuovere il fumo nonostante, fin dagli anni ’60, si fossero raccolte prove scientifiche decisive sui che questa abitudine comportava per la salute, primo fra tutti sullo sviluppo del cancro del polmone, una delle neoplasie più diffuse e che causava più decessi. A partire dagli anni ‘80, le maggiori Istituzioni sanitarie hanno cominciato a pronunciarsi con maggiore decisione contro il fumo. Nel 1986 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che “l’uso di tabacco in tutte le sue forme è incompatibile con il raggiungimento dell’obiettivo: Salute per tutti entro il 2000 (WHO, 1986)”. Nel 1993, la decima revisione dell’International Classification of Disease (ICD-10) del WHO ha incluso la “dipendenza da tabacco” nell’elenco dei “disordini cerebrali correlati all’assunzione di sostanze da abuso”. A seguire, si sono cominciate ad applicare le prime leggi sulla limitazione del fumo negli ambienti pubblici e a prendere altri provvedimenti per contrastare la diffusione di questa abitudine.

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Tommaso Sacco

Bibliografia