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Cos’è l’attività fisica?

Cos’è l’attività fisica?

Quando si introduce un argomento è sempre opportuno spiegare i termini usati nel trattarlo e questo vale in particolare per argomenti, come attività fisica e sedentarietà, sui quali la comunicazione è, in generale, molto approssimativa e spesso trasmette messaggi confusi e strumentali.

Cos’è l’attività fisica? È qualsiasi movimento eseguito con i muscoli scheletrici che comporta un consumo di energia.

Cos’è l’esercizio fisico? È un tipo specifico di attività fisica ed è caratterizzato dal fatto di essere pianificato, strutturato e programmato nel tempo, con l’obiettivo di migliorare o mantenere uno o più aspetti del benessere fisico.

Cos’è l’inattività fisica? È un livello di attività fisica inadeguato rispetto alle raccomandazioni formulate per un soggetto con determinate caratteristiche di età, sesso, benessere fisico e altre ancora.

Cos’è la sedentarietà? È un comportamento caratterizzato da un consumo di calorie inferiore o uguale a 1.5 MET o equivalenti metabolici, per un soggetto in posizione seduta, distesa o sdraiata.

Scorrendo queste definizioni, si comprende come siano cose diverse tra loro attività fisica ed esercizio fisico, che abitualmente vengono considerati equivalenti e altrettanto si può dire per inattività e sedentarietà. È invece importante conoscere il significato esatto dei termini perché ad essi corrispondono comportamenti considerati sempre più rilevanti per il mantenimento del benessere e il miglioramento dello stato di salute.

Il primo studio a dimostrare, con criteri scientifici, gli effetti dell’attività fisica sulla salute è, secondo alcuni, quello eseguito negli anni ’40 del ventesimo secolo da un epidemiologo di nome Jeremy Morris. Egli, analizzando le diagnosi di decesso formulate in un ospedale di Londra notò un preoccupante aumento della frequenza degli “attacchi di cuore” nei decenni precedenti. Era una evidenza riscontrata da altri esperti, ma che non aveva trovato spiegazione. Jeremy Morris ebbe l’idea di confrontare la frequenza di questi eventi fra gli autisti e i controllori degli autobus a due piani caratteristici di Londra. Infatti, gli uni e gli altri condividevano gran parte delle caratteristiche sociali e delle abitudini alimentari e di vita, salvo il fatto che gli autisti svolgevano il loro lavoro seduti al volante, mentre i controllori salivano e scendevano le scalette dell’autobus decine di volte durante ciascun turno. L’analisi eseguita dall’epidemiologo dimostrò che gli autisti avevano una probabilità di decesso, per infarto del miocardio, doppia, rispetto ai controllori. Il ricercatore raccolse un’altra evidenza, che anticipava conoscenze che sarebbero state acquisite in tempi più recenti: negli autisti il lavoro meno attivo si associava a una circonferenza della vita media significativamente superiore a quella dei controllori. Dimostrata così la relazione fra ridotta attività fisica, accumulo di grasso nell’addome e aumentato rischio cardiovascolare. Come sempre succede, quando si produce un’evidenza nuova e, per certi versi, rivoluzionaria, Jeremy Morris dovette confutare molte obiezioni, fra le quali quella che gli autisti avessero un maggior rischio di infarto del miocardio perché sottoposti a un maggiore stress da traffico, e non perché meno attivi, ma alla fine le sue tesi prevalsero e furono confermate in altri modelli epidemiologici come quello dei lavoratori delle Poste.

L’aspetto rivoluzionario della relazione dimostrata fra attività fisica e salute Jeremy Morris derivava dal fatto che, salvo forse ai tempi dell’antica Grecia e dell’antica Roma, quando filosofi e medici si erano pronunciati a favore dell’attività fisica come strumento per mantenere la salute, nei secoli seguenti gli intellettuali avevano giudicato negativamente tale comportamento. Esso era, per loro, una distrazione e una possibile fonte di peccato. Nel Medioevo c’era stata qualche divergenza di opinione fra San Bernardo, che affermava che l’anima fiorisse di più in un fisico debole e malato, e Avicenna che sosteneva l’utilità dell’attività fisica, purché fosse leggera, in modo da non “riscaldare” troppo l’organismo, per evitare la diffusione delle impurità presenti al suo interno. Alcuni secoli dopo, nel 1569, un nobile italiano di nome Girolamo Mercuriale scrisse quello che alcuni considerano il primo libro di Medicina dello sport, esponendo, però, tesi discutibili, come quella che a far bene alla salute non era fare un’attività come il remare, ma farsi trasportare su una barca in cui altri remassero. L’effetto positivo sarebbe consistito nel movimento “passivo” che avrebbe favorito lo spostamento degli umori nell’organismo. D’altra parte, mentre gli intellettuali ignoravano i benefici dell’esercizio, le persone appartenenti ad altri strati sociali di attività fisica ne facevano anche troppa. In quelle epoche remote e poi fino ai primi decenni del ventesimo secolo, anche in Paesi come l’Italia, i rischi, per la salute e per la sopravvivenza di ampie fasce della popolazione, non venivano dall’inattività fisica, ma piuttosto da un’eccessiva attività, rispetto alle condizioni di vita generali e al cibo disponibile. È noto che le specie animali, compresa quella umana, hanno subito evoluzioni che, sviluppando difese verso i rischi maggiori, ne hanno permesso la sopravvivenza. Nei confronti dell’inattività e della sedentarietà, così come verso l’eccessivo introito di cibo, l’organismo non ha potuto sviluppare difese perché tali rischi emersi in tempi troppo recenti, in termini evoluzionistici

Dagli studi di Morris in poi, l’importanza dell’attività fisica, come componente indispensabile di una vita sana, è cresciuta sempre di più, anche se la comunicazione a riguardo è stata a volte distorta, assimilando l’attività fisica all’esercizio e finalizzando quest’ultimo solo alla ricerca del dimagrimento. Si tratta di messaggio fuorviante per diversi motivi. Prima di tutto perché scoraggia, dall’assumere comportamenti corretti, tutti coloro che, per vari motivi, non possono sostenere un esercizio fisico, ma potrebbero invece svolgere un’attività fisica, e anche perché sembra suggerire che, nei soggetti che non hanno problemi di peso, l’inattività non esponga a rischi. Al contrario, tutte le maggiori Istituzioni sanitarie, sulla base di solide evidenze scientifiche, raccomandano l’attività fisica per i suoi effetti benefici sulla funzione del cuore e su quella dei polmoni, nonché sul metabolismo e sul tono dell’umore. Ciononostante, si osserva una diffusione sempre più ampia di inattività e sedentarietà, soprattutto, ma non solo, nei paesi più sviluppati. Questo deriva, in parte, dall’introduzione di macchine, strumenti e di ausili che hanno ridotto la componente “fisica” di molti lavori. Dagli impiegati agli agricoltori, dai professionisti agli artigiani, confrontando le modalità in cui si svolgevano i rispettivi lavori nei decenni passati con quelle attuali, si osserva che l’attività fisica richiesta si è molto ridimensionata. Nel tempo libero, televisione, computer e altri dispositivi informatici non fanno che favorire inattività e sedentarietà.

Un esempio, apparentemente banale, può dare un’idea di come sia cambiata l’attività fisica richiesta per un’abitudine comune come quella di procurare il cibo per la famiglia. Senza risalire a scenari remoti, e riferendosi alla vita in città, alcuni decenni fà fare la spesa comportava camminare da una bottega all’altra, caricandosi di pesi e, di solito, salendo e scendendo alcune rampe di scale per uscire di casa e rientrarvi. A volte, un singolo giro di negozi non era sufficiente e comunque bisognava ripetere il tutto quasi tutti i giorni perché non c’erano i congelatori e, fino alla metà del ventesimo secolo, c’erano anche pochi frigoriferi, che permettessero di tenere in casa provviste per molti giorni. Oggi si va in automobile al supermercato una volta alla settimana e, con carrelli e scale mobili, quindi riducendo al minimo l’attività fisica, si acquistano grandi quantità di cibo. Con il bagagliaio pieno si torna a casa, con l’ascensore si arriva nel proprio appartamento e si riempiono congelatore e frigorifero di decine di migliaia di Calorie, senza che l’acquisizione di queste fonti di energia abbia avuto alcun “costo” in termini di attività fisica. Analizzando abitudini di vita comuni come questa, si può comprendere come si amplifichino sempre di più inattività e sedentarietà e, di conseguenza, si accentui lo squilibrio del bilancio energetico, fra introduzione di calorie e spesa di energia.

Nelle schede di questa sezione si forniranno informazioni sul perché inattività e sedentarietà sono diventati comportamenti dominanti e sul perché l’attività fisica debba essere percepita sempre di più come uno strumento per migliorare la salute e mantenere negli anni il benessere.

Tommaso Sacco

Bibliografia

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