Vitamina D e sclerosi multipla: una revisione della letteratura

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Vitamina D e sclerosi multipla: una revisione della letteratura

Un gruppo di esperti italiani dell’Università di Palermo ha pubblicato una revisione della letteratura sul ruolo della vitamina D nella sclerosi multipla. I risultati hanno suggerito che la relazione fra i livelli di questa vitamina e il rischio di sviluppare la malattia passa attraverso alcune varianti di geni coinvolti nel metabolismo della vitamina D e nel suo effetto sulle cellule.

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Nell’introduzione del loro articolo, Scazzone e colleghi hanno ricordato che la prima ipotesi di relazione fra esposizione alla luce del sole e sviluppo della sclerosi multipla è stata formulata da Acheson e colleghi sessant’anni fa, nel 1960. Da allora, molti studi hanno fornito conferme all’ipotesi di questi autori, giungendo a identificare la vitamina D come anello di congiunzione fra la variabile esposizione al sole ed il conseguente andamento della prevalenza della sclerosi multipla. A proposito di questo nesso, Scazzone e colleghi hanno dedicato ampio spazio ai meccanismi metabolici che portano alla produzione della vitamina D, ricordando che nella pelle irradiata dai raggi solari, a partire dal colesterolo, viene prodotto un precursore della vitamina D che poi, attraverso ulteriori passaggi che avvengono nel fegato e nei reni, diventa calcitriolo, vale a dire la forma di vitamina D con la maggiore attività biologica nell’organismo umano. Un altro aspetto illustrato nell’articolo è quello del contributo fornito dai geni alla fisiopatologia della sclerosi multipla. Si spiega che questa patologia non è definibile ereditaria, in quanto la sua comparsa non dipende solo da geni trasmessi dai genitori ai figli, ma comunque alcune varianti di geni associate a fattori ambientali concorrono a predisporre le persone a sviluppare la sclerosi multipla. Fra le varianti di geni che ricoprono tale ruolo ce ne sono alcune che servono a produrre molecole coinvolte nel metabolismo della vitamina D. I geni CYP27B1 e CYP24A1 sono stati i primi geni di questo tipo a essere identificati. In particolare, il secondo ha un ruolo chiave nello smaltimento della vitamina D, avendo un effetto di contenimento delle concentrazioni nel circolo sanguigno della 25 (OH)D e della 1,25 (OH)2D, due delle forme che assume la vitamina nell’organismo. Un altro gene ampiamente studiato, da chi ha cercato relazioni fra carenza della vitamina D e rischio di sclerosi multipla, è quello denominato VDR che serve a produrre il recettore della vitamina D. Oltre a questi geni più conosciuti, Scazzone e colleghi ne citano molti altri di più recente individuazione. Nell’articolo si analizzano anche i risultati di molte ricerche che hanno valutato la relazione fra concentrazione nel sangue di vitamina D e probabilità di sviluppo della sclerosi multipla. Si tratta di un’analisi critica, che descrive anche le evidenze contraddittorie raccolte finora. Infatti, a fronte di tanti riscontri ottenuti in studi di laboratorio circa l’influenza della vitamina D sulle cellule del sistema immunitario che possono favorire o prevenire i danni al sistema nervoso centrale caratteristici della sclerosi multipla, non si sono mai raccolte prove definitive dell’efficacia della somministrazione della vitamina nel prevenire la comparsa della malattia o nel migliorane il decorso.

Gli autori hanno concluso che le evidenze disponibili indicano che, nella relazione fra la carenza della vitamina D o l’inadeguatezza del suo effetto da una parte e, dall’altra, la probabilità di ammalare di sclerosi multipla, giocano un ruolo alcune mutazioni di geni. D’altra parte, le attuali conoscenze non permettono di giungere a conclusioni definitive sul risvolto pratico di questi riscontri. Ricerche eseguite su ampie casistiche dovranno fornire le risposte che ora mancano.                 

Tommaso Sacco

Fonte: Vitamin D and genetic susceptibility to multiple sclerosis; Biochemical Genetics 2020

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