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Un parassita per curare la sclerosi multipla?

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Un parassita per curare la sclerosi multipla?

I risultati di uno studio pubblicati sulla prestigiosa rivista JAMA Neurology (Journal of American Medical Association: Giornale dell’Associazione Medica Americana Neurologia) avrebbero indicato effetti positivi di un parassita intestinale nei malati di sclerosi multipla. Un editoriale a commento dell’articolo ha concluso che “i vermi dovrebbero semplicemente rimanere nel fango”.

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L’Ancylostoma è un parassita che, almeno con alcune sue specie, può provocare malattie nell’organismo umano. In particolare, l’Ancylostoma duodenale e il Necator americanus hanno cicli vitali simili, che si sviluppano in questo modo: le uova eliminate con le feci si schiudono in uno e due giorni, se vengono depositate in un ambiente caldo e umido, e liberano larve che evolvono in una forma che può sopravvivere per tre-quattro settimane. Tali larve penetrano attraverso la pelle nell’organismo umano quando una persona si trova a camminare a piedi nudi su un terreno infestato o vi entra in contatto in altro modo. Dalla pelle, le larve raggiungono i polmoni con il sangue e, dagli alveoli, risalgono i bronchi fino all’epiglottide, la “valvola” che devia il cibo dalla bocca verso l’esofago. Dall’epiglottide entrano nell’esofago e, una volta arrivate nell’intestino tenue, le larve maturano in Ancylostomi adulti e aderiscono alla parete con appositi “dentini”. La manifestazione più tipica dell’infestazione intestinale è l’anemia, la gravità della quale dipende dal numero dei parassiti e dalla quantità di ferro assorbito con la dieta, ma infestazioni gravi determinano ritardi nell’accrescimento nei bambini e alterazione delle funzioni cognitive. Altre specie di Ancylostoma hanno come ospiti primari cani e gatti, ma possono completare il loro ciclo vitale nell’organismo umano. L’infestazione da Ancylostoma nell’uomo si cura con farmaci denominati antielmintici. L’articolo pubblicato su JAMA Neurology è stato eseguito da ricercatori britannici e rumeni in 71 malati di sclerosi multipla recidivante remittente, dei quali la metà ha ricevuto il placebo e l’altra metà 25 larve ciascuno di Necator Americanus. Queste sono state applicate alla pelle mediante un cerotto, per simulare il normale meccanismo dell’infezione. Per verificare l’effetto dell’infestazione da parte dell’Ancylostoma, sono state eseguite risonanze magnetiche mensili dal terzo al nono mese dall’inizio dello studio. La variabile principale stabilita per verificare l’efficacia è stata il numero di nuove lesioni o l’ampliamento di quelle già presenti, rilevate con la risonanza magnetica, al nono mese. Per tale variabile non si è osservata nessuna differenza fra i malati che avevano ricevuto l’Ancylostoma e quelli del gruppo placebo. Nonostante questo risultato negativo, Tanasescu e colleghi hanno suggerito un possibile vantaggio della infestazione con il parassita in termini di sviluppo di nuove lesioni, in quanto poco più della metà dei soggetti trattati con l’Ancylostoma non ne avevano. Un’altra variabile che ha mostrato un andamento diverso nei due gruppi è stata la percentuale di linfociti T regolatori, rispetto al totale dei linfociti CD4+, nel sangue periferico. Questa percentuale è significativamente aumentata nel gruppo trattato con il parassita ed è diminuita in quello del placebo. Secondo gli autori della ricerca, l’andamento di tale variabile conferma un’interazione positiva fra il Necator Americanus e il sistema immunitario. Infine, si sono osservate 5 recidive (14.3%) nel gruppo del parassita e 11 (30.6%) in quello del placebo. Cris S. Constantinescu, uno dei ricercatori, ha sottolineato, in un’intervista alla testata scientifica internet MedScape, la sicurezza di questo approccio. A suo parere, il fatto che chi vive in Africa possa essere infestato da mille o più larve, con importanti conseguenze su accrescimento e funzioni cognitive, non significa che la somministrazione di 25 larve esponga a dei rischi. Inoltre, la modalità di trasmissione del parassita fa sì che, con le abitudini diffuse nei Paesi più sviluppati, esso non passi da una persona all’altra. Comunque, ai soggetti del gruppo trattato con il parassita i ricercatori hanno somministrato un prodotto per eliminarlo alla fine della ricerca, ma tale procedura non era obbligatoria. Le conclusioni molto ottimistiche di Tanasescu e colleghi vengono messe in dubbio da Daniel Ontaneda, specialista statunitense della sclerosi multipla, in un editoriale pubblicato sullo stesso numero di JAMA Neurology. Ha scritto infatti Ontaneda che i dati relativi alle modificazioni a carico del sistema immunitario sono interessanti ma ha aggiunto che non possono essere tradotte in evidenze di efficacia clinica. Con il linguaggio equilibrato che si addice a un editorialista di una rivista di questo livello, Ontaneda ha sottolineato che, anche se il trattamento con il Necator americanus è risultato sicuro, la sua efficacia è stata modesta e tale da non indicarlo come unica cura per la sclerosi multipla. D’altra parte, difficilmente potrebbe essere associato ad altri trattamenti in quanto l’effetto sul sistema immunitario di questi ultimi espone al rischio di un’infestazione patologica da parte del parassita. La conclusione alla quale è giunto l’editorialista è che se l’ipotesi dell’eccessiva igiene come causa di malattie autoimmuni va considerata nello studiare tali patologie, in termini di soluzioni curative “i vermi dovrebbero semplicemente rimanere nel fango”.

Al di là dell’argomento specifico, l’analisi dell’articolo sulla valutazione dell’efficacia del Necator americanus e dell’editoriale di commento offre spunti interessanti. Da una parte può sembrare strano che una rivista come JAMA Neurology dia spazio ai risultati di una ricerca che ha diversi limiti, primo fra tutti quello di enfatizzare evidenze raccolte su poche decine di malati e interpretate con una certa sovrastima dei dati ottenuti. D’altra parte, l’argomento era nuovo e JAMA Neurology aveva interesse a proporlo per prima. Per bilanciare la pubblicazione di un articolo che presenta limiti sotto diversi punti di vista, la testata ha proposto un editoriale di commento che, seppure diplomaticamente, ha smontato il valore dei risultati dello studio.

Sarà interessante vedere se e come le informazioni riportate da JAMA Neurology saranno riprese da altri mezzi di comunicazione. Certamente, quelli che vorranno “fare notizia” riferiranno che la sclerosi multipla si può curare con un parassita, tralasciando che il valore di tali dati è stato già ridimensionato. Nella storia della sclerosi multipla non è la prima volta che si propongono cure “alternative”, basate su evidenze inadeguate, che poi si dimostrano infondate. per questo è importante il modo in cui questi argomenti vengono presentati.

Tommaso Sacco

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