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Nuovi progressi nella definizione della causa della sclerosi multipla

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Nuovi progressi nella definizione della causa della sclerosi multipla

Confrontando le evidenze raccolte da due studi, molto diversi tra loro e distanti nel tempo, si comprende come sta evolvendo la definizione della causa della sclerosi multipla.

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Una ricerca pubblicata nel 2001 aveva ricostruito la storia di un’”epidemia” di sclerosi multipla che si era verificata nelle Isole Faroe negli anni ’40.  Quello delle Isole Faroe è un arcipelago localizzato nella parte settentrionale dell’oceano Atlantico. Prima del 1940 la frequenza della sclerosi multipla nelle Isole Faroe era considerata pari a zero, mentre ha avuto un’impennata brusca negli anni della seconda guerra mondiale, durante i quali la Gran Bretagna occupò l’arcipelago. Secondo l’ipotesi formulata in quell’articolo da esperti statunitensi, a provocare il picco di incidenza della sclerosi multipla fra gli abitanti delle Isole Faroe sarebbe stata un’infezione trasmessa dagli occupanti britannici alla popolazione locale, che avrebbe predisposto quest’ultima a sviluppare una malattia prima assente. Dal 2001 a oggi, molti studi hanno suggerito che, pur non essendo la sclerosi multipla una malattia infettiva, un’infezione giocherebbe un ruolo nel suo sviluppo. Il passaggio che per molto tempo non è stato chiaro era quello che, da una precedente infezione, portava ai danni a carico della mielina che caratterizzano la fisiopatologia di questa malattia. La relazione fra infezione predisponente e sviluppo della sclerosi multipla è stata valutata anche con studi su modelli animali. I risultati raccolti hanno indicato che il danno alla mielina da parte dei linfociti T dipendeva da una “reazione sbagliata” del sistema immunitario. L’errore era dovuto alla somiglianza fra una parte della struttura di un virus o di un batterio dal quale quei linfociti T avevano difeso l’organismo e una componente della mielina. Secondo questo modello di fisiopatologia, lo sviluppo della sclerosi multipla era una sorta di “danno collaterale” della fisiologica attività di difesa dell’organismo da parte del sistema immunitario. Alcune linee di ricerca hanno anche individuato diverse molecole comuni alla mielina e a specifici microrganismi che potrebbero essere all’origine di questo errore del sistema immunitario. Quindi basta un’infezione verificatasi nel passato a determinare lo sviluppo della sclerosi multipla? Certamente no, per fortuna. Delle tante persone che nella loro vita hanno, ad esempio, un’infezione da Virus di Epstein Barr, molto poche avranno la sclerosi multipla. Oltre all’infezione, quindi, ci devono essere altri fattori concomitanti. I geni svolgono certamente un ruolo, se è vero che, in generale, la frequenza della sclerosi multipla è di 1 caso su 1000 e diventa di 1 caso su 4 nei gemelli omozigoti dei soggetti affetti dalla malattia. Altrettanto importanti sono i fattori ambientali, come, ad esempio, la residenza nelle aree geografiche più a nord. Tale fattore, a sua volta, deriverebbe il suo peso dalla ridotta produzione di vitamina D dovuta alla bassa esposizione alla luce solare di chi vive in tali zone e la carenza di vitamina D influisce negativamente sul funzionamento del sistema immunitario. Proprio quanto accaduto nelle Isole Faroe, tra l’altro, dà un’idea della complessità delle interazioni fra tali fattori. Infatti, questo arcipelago è molto a nord e i suoi abitanti avrebbero dovuto essere a rischio di carenza di vitamina D, ma non ammalavano di sclerosi multipla prima dell’arrivo degli occupanti britannici con la loro infezione.

Negli ultimi decenni, si è quindi lavorato sull’ipotesi di una concomitanza fra i tre fattori sopra descritti come causa della reazione autoimmunitaria tipica della sclerosi multipla: i geni che predispongono il sistema immunitario a funzionare male, un’infezione che lo “disorienta” ed eventualmente la carenza di vitamina D che ne altera ulteriormente i meccanismi. I risultati di uno studio pubblicato nell’ottobre del 2018 potrebbero però modificare profondamente uno dei punti cardine delle conoscenze sull’argomento. Planas e colleghi hanno dimostrato, infatti, che i linfociti T di persone decedute per sospetta o confermata sclerosi multipla erano programmati per attaccare una molecola, denominata guanosin-difosfato-L-fucoso sintetasi (in inglese guanosine Diphosphate-L-Fucose synthase o GDPL-Fucose synthase), che nulla ha a che fare con virus e batteri. La GDPL-fucoso sintetasi è un enzima, coinvolto nel metabolismo degli zuccheri, indispensabile per il normale funzionamento di tutte le cellule, compresi i neuroni, e coinvolto anche nella comunicazione fra di esse. Gli autori della ricerca hanno ipotizzato che, oltre ai linfociti T diretti verso l’enzima, anche autoanticorpi contribuiscano alla prima fase della fisiopatologia della sclerosi multipla. I risultati di questa ricerca aggiungono un elemento nuovo alla conoscenza di questi processi: non necessariamente all’origine della reazione sbagliata del sistema immunitario c’è una reazione verso un agente infettivo. Dall’altra confermano che un errore di funzionamento del sistema immunitario è comunque il passaggio chiave per sviluppare la malattia. Gli autori della ricerca ritengono che la traduzione di queste conoscenze in cure future consisterà nella messa a punto di trattamenti che potenzino il fisiologico meccanismo di tolleranza del sistema immunitario e che limitino la reattività nei confronti dei suoi obiettivi sbagliati.

Tommaso Sacco

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