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L’interferone beta aumenta la sopravvivenza dei malati di sclerosi multipla

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L’interferone beta aumenta la sopravvivenza dei malati di sclerosi multipla

Esperti di sclerosi multipla francesi e canadesi hanno pubblicato i risultati di uno studio osservazionale che ha valutato l’effetto a lungo termine del trattamento con interferone beta. L’analisi dei dati raccolti ha indicato che l’utilizzo di questo farmaco è associato a una maggiore sopravvivenza dei malati con sclerosi multipla recidivante remittente.

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Nell’introduzione dell’articolo che ha riportato i risultati della loro ricerca, Kingwell e colleghi hanno ricordato che diversi tipi di interferone beta rimangono il tipo di farmaco modificante la malattia più spesso usato nel mondo nella sclerosi multipla. D’altra parte, essi hanno aggiunto che non esistono dati conclusivi sull’impatto di questa cura sulla sopravvivenza e, per questo, hanno valutato la relazione fra terapia con interferone beta e mortalità nel “mondo reale”, vale a dire nella pratica clinica. Lo hanno fatto con uno studio osservazionale, multicentrico e di popolazione su malati nei quali la sclerosi multipla si era manifestata, all’esordio, nella forma recidivante remittente. I casi analizzati erano afferiti a una clinica della British Columbia (Canada), dal 1980 al 2004, o a un Centro di Rennes (Francia), dal 1970 al 2013. I dati di questa casistica sono stati estratti dagli archivi dei Centri e da quelli amministrativi individuali e sono stati acquisiti in maniera prospettica. Infatti, per tutti i malati la raccolta delle informazioni e dei dati è iniziata dalla loro prima visita presso il Centro, dal diciottesimo compleanno oppure dall’1 gennaio 1996 ed è durata fino al decesso o a un’eventuale emigrazione o al 31 dicembre 2013. Sono stati inclusi nell’analisi solo i casi che, prima dell’inizio del periodo di osservazione, non avessero assunto farmaci modificanti la terapia o immunosoppressori indicati nella sclerosi multipla. Il motivo di questa scelta è stato quello di evitare che cure ricevute prima del periodo di osservazione influenzassero l’andamento della malattia registrato nel corso dello studio. Per l’analisi è stato usato un metodo definito caso-controllo nell’ambito di una coorte o caso controllo nidificato. Dalla casistica complessiva sono stati selezionati, in maniera casuale e con uno specifico metodo di campionamento, da 1 a 20 casi di controllo. Questi dovevano essere comparabili ai casi dei soggetti deceduti, in base alle seguenti caratteristiche che avevano all’inclusione nello studio: Paese di residenza, sesso, età ± 5 anni e anno e livello di disabilità. La ragione di questa procedura è quella di evidenziare cosa avessero di diverso le persone con sclerosi multipla che erano decedute, rispetto ad altre simili che erano sopravvissute. Con un metodo denominato regressione logistica condizionale, tenendo conto del trattamento con altri farmaci modificanti la malattia e dell’età, sono state stimate: l’associazione fra mortalità da tutte le cause e un trattamento di almeno 6 mesi con interferone beta e quella fra mortalità ed esposizione complessiva all’interferone beta. L’esposizione complessiva è stata definita come bassa, se era durata da 6 mesi a 3 anni, e alta, se era durata più di 3 anni. Altre analisi hanno incluso valutazioni separate per sesso e per Paese di residenza, ulteriori aggiustamenti per le malattie associate nella casistica canadese e una stima della relazione fra cura con interferone beta e decessi per sclerosi multipla in ambedue i Paesi. Tutte queste procedure, in analisi di questo tipo, servono a evidenziare l’effetto di un singolo fattore, in questo caso la cura con interferone beta, rispetto a tutti gli altri fattori che possono influenzare l’esito considerato, che in questo studio era la sopravvivenza. In totale sono stati raccolti 5989 casi di persone nelle quali la sclerosi multipla si era manifestata, all’esordio, nella forma recidivante remittente. Per il 75% erano femmine e l’età media all’inclusione è stata di 42 ± 11 anni.  In questa casistica complessiva si sono registrati 742 decessi, per il 70% nelle femmine, e l’età media alla quale è avvenuto il decesso è stata 61 ± 13 anni. Le caratteristiche di 649 dei 742 casi di malati deceduti sono state confrontate con quelle di soggetti di controllo selezionati nella maniera descritta in precedenza. I risultati dell’analisi statistica sono stati espressi come rapporto di rischio con il 95% di intervalli di confidenza che può essere tradotto come probabilità che un certo fattore abbia determinato l’esito considerato. Il rapporto di rischio del trattamento con interferone beta è stato del 32% più basso nei casi rispetto ai controlli (rapporto di rischio 0.68; intervallo di confidenza al 95%: 0.53-0.89) e questo vuol dire che le persone che erano decedute erano state meno esposte all’interferone beta in una percentuale del 32%. L’aumento della sopravvivenza è risultato associato, in particolare, a un trattamento con interferone beta di durata superiore a 3 anni (rapporto di rischio 0.44; intervallo di confidenza al 95%: 0.30-0.66), ma non a una durata della terapia con interferone beta compresa fra 6 mesi e 3 anni (rapporto di rischio 1.00; intervallo di confidenza al 95%: 0.73-1.38). Ciò significa che il vantaggio fornito dal farmaco, in termini di sopravvivenza, è stato particolarmente significativo per durate di assunzione maggiori. Le evidenze sono risultate simili nell’ambito di ciascun sesso e per ciascun Paese di residenza e per i decessi correlati alla sclerosi multipla.

Gli autori hanno concluso che la cura con interferone beta, nella casistica da loro analizzata, è risultata associata a un minore rischio di mortalità per i malati con sclerosi multipla recidivante remittente. I risultati sono stati confermati in due aree geografiche diverse di Nord America e Europa.     

Tommaso Sacco

Fonte: Multiple sclerosis: effect of beta interferon treatment on survival; Brain. 2019 May 1;142(5):1324-1333.