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Individuati effetti sulle cellule del sistema immunitario che contribuiscono a spiegare l’efficacia clinica della cladribina

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Individuati effetti sulle cellule del sistema immunitario che contribuiscono a spiegare l’efficacia clinica della cladribina

Uno studio ha valutato gli effetti sui linfociti T e B della somministrazione delle compresse di cladribina a persone con sclerosi multipla, per periodi superiori a due anni. I risultati hanno individuato alcune modificazioni relative a queste cellule che, secondo gli autori, contribuiscono a spiegare l’efficacia clinica della molecola.

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Dal marzo 2019, la cladribina è rimborsata dal Sistema Sanitario Nazionale per il trattamento di malati adulti con sclerosi multipla recidivante remittente ad elevata attività, definita sulla base di riscontri clinici e di evidenze raccolte con la risonanza magnetica. Si è reso quindi disponibile anche in Italia un prodotto che ha seguito un lungo percorso di valutazione, che ha permesso la raccolta di una grande mole di dati. La cladribina, alla dose cumulativa di 3.5 mg per chilogrammo di peso corporeo in 2 anni, ha determinato effetti clinici significativi, sia in termini clinici che per quanto riguarda le evidenze raccolte con la risonanza magnetica, in malati con Sindrome Clinicamente Isolata o con sclerosi multipla recidivante remittente. Stuve e colleghi hanno eseguito una ricerca per valutare gli effetti del farmaco, somministrato alla dose sopra riportata, sui vari sotto-tipi di linfociti che sono coinvolti nello sviluppo e nell’evoluzione del danno che la sclerosi multipla determina a carico del sistema nervoso centrale. Le modificazioni delle quantità e delle proporzioni reciproche fra i diversi tipi di linfociti sono state valutate, nei diversi studi clinici, a 5, 13, 24 e 48 mesi dall’inizio del trattamento. I risultati ottenuti hanno dimostrato che, in tutte le ricerche cliniche, si sono verificate modificazioni, costanti e confrontabili, di alcune cellule del sistema immunitario. In particolare si sono verificate: una rapida riduzione dei linfociti Natural Killer del sotto-tipo CD16+/CD56+, con un minimo a 5 settimane, una diminuzione più marcata del sotto-tipo CD19+ dei linfociti B, con minimo a 13 settimane, e, per quanto riguarda i linfociti T, riduzioni meno marcate del sotto-tipo CD4+, minimo a 13 settimane e del sotto-tipo CD8+, minimo a 24 settimane. Si sono osservati effetti marginali su granulociti neutrofili o monociti. Il ristabilimento del numero dei diversi sotto-tipi di linfociti dei quali si è osservata la riduzione, inizia dopo il trattamento con cladribina 3.5 mg. In uno studio clinico, in particolare, è stata valutata la proporzione fra i sotto-tipi di linfociti T “nativi”, vale a dire non ancora programmati nei confronti di un determinato antigene, e quelli programmati verso un antigene. Sul totale dei linfociti T del sotto-tipo CD4+, si è verificata una riduzione dei linfociti T regolatori nativi e un aumento dei linfociti T regolatori con memoria.

Nelle conclusioni, gli autori hanno sottolineano che i risultati ottenuti hanno dimostrato la selettività relativa dell’effetto della cladribina nei confronti dei linfociti, rispetto a granulociti neutrofili, monociti e linfociti Natural Killer. Nei confronti di questi ultimi, in particolare, l’azione è solo transitoria. Tali evidenze contribuiscono a spiegare l’efficacia clinica del farmaco e anche la ridotta frequenza di alcuni effetti indesiderati che si verificano più spesso con altri farmaci a effetto immunosoppressore.   

Tommaso Sacco

Fonti