Confrontato l’effetto di diversi tipi di interferone nella cura della sclerosi multipla recidivante remittente

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Confrontato l’effetto di diversi tipi di interferone nella cura della sclerosi multipla recidivante remittente

Un gruppo di ricercatori italiani, dell’Università Federico II di Napoli, ha confrontato l’effetto di tre tipi di interferone in persone con sclerosi multipla recidivante remittente. I risultati hanno dimostrato che la probabilità di raggiungere un EDSS di 4.0 è stata più alta, ma non in maniera statisticamente significativa, con l’interferone beta 1b 250 mcg sottocute e con l’interferone beta 1a 30 mcg intramuscolare, rispetto all’interferone beta 1a 44 mcg sottocute.

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Moccia e colleghi sono partiti dalla considerazione che, sebbene l’interferone beta sia impiegato da anni per la cura della sclerosi multipla recidivante remittente, la sua capacità di prevenire, a lungo termine, lo sviluppo della disabilità e la conversione in sclerosi multipla secondariamente progressiva è tuttora dibattuta. Per questo, hanno confrontato l’andamento della malattia in persone che avevano ricevuto una prima diagnosi di sclerosi multipla recidivante remittente ed erano state poi trattate con uno dei tre tipi di interferone disponibili. L’analisi, che è stata retrospettiva, ha riguardato 507 malati seguiti per 8.5 ± 3.9 anni. I trattamenti ricevuti sono stati: interferone beta 1b 250 mcg sottocute, interferone beta 1a 30 mcg intramuscolare e interferone beta 1a 44 mcg sottocute, secondo la posologia indicata per ciascuno di essi. Le variabili considerate sono state: il peggioramento di un punto dell’EDSS, il raggiungimento di un EDSS di 4.0 e la conversione da sclerosi multipla recidivante remittente a sclerosi multipla secondariamente progressiva. Per ridurre fattori che potessero influenzare l’attendibilità dei risultati, gli autori hanno usato un metodo denominato in inglese Propensity Score (in italiano punteggio di propensione) relativamente a età, sesso, durata della malattia e punteggio dell’EDSS al basale. I risultati dell’analisi hanno indicato che la probabilità di raggiungere un EDSS di 4.0 è stata superiore, ma non in maniera statisticamente significativa, con interferone beta 1b 250 mcg sottocute (rapporto di rischio 1.207; p=0.063) e interferone beta 1a 30 mcg intramuscolare (rapporto di rischio 1.363; p=0.095), rispetto all’interferone beta 1a 44 mcg sottocute. La frequenza di conversione nella forma secondariamente progressiva è stata superiore, anche in termini statistici, per l’interferone beta 1b 250 mcg sottocute (rapporto di rischio 2.054; p=0.042) e superiore, ma non in maniera statisticamente significativa, per l’interferone beta 1a 30 mcg intramuscolare (rapporto di rischio 1.884; p=0.081), in confronto con l’interferone beta 1a 44 mcg sottocute.

Nelle conclusioni, gli autori evidenziano che, nei casi curati con interferone beta 1a 44 mcg si è avuta una riduzione, sia pure marginale, della progressione a lungo termine della disabilità, rispetto all’assunzione degli altri due trattamenti a base di interferone considerati. Nella loro interpretazione, i fattori che possono avere determinato tali risultati sono: formulazione, frequenza di somministrazione e dose.

Tommaso Sacco

Fonte: A 8-year retrospective cohort study comparing Interferon-β formulations for relapsing-remitting multiple sclerosis; Multiple Sclerosis and Related Disorders, 2018 Jan;19:50-54.

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