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Aggiornamenti: le cure in sviluppo

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Aggiornamenti: le cure in sviluppo

La Fondazione Cesare Serono ha passato in rivista degli abstract pubblicati nel sito del congresso dell’American Academy of Neurology (abbreviato AAN, in italiano Accademia Americana di Neurologia), per proporre alcuni aggiornamenti sulle ricerche presentate sui farmaci in sviluppo.

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Nota bene: per i farmaci in sperimentazione, le informazioni contenute negli aggiornamenti dai congressi o dalla letteratura scientifica possono riguardare aspetti e impieghi esclusivi della ricerca. Solo i medici di riferimento sanno come utilizzare al meglio le cure nella pratica clinica.

Siponimod

In uno studio su soggetti con ridotta funzione del fegato di grado lieve, moderato e severo è stato valutato il metabolismo di una singola dose di siponimod da 0.25 mg. I risultati sono stati in generale rassicuranti anche se gli autori ritengono che debbano essere approfondite le informazioni relative alla produzione e agli effetti di alcuni derivati della molecola.

RPC1063

Comi e colleghi hanno riportato i risultati delle prime analisi, eseguite sui dati raccolti nello studio RADIANCE, che ha confrontato l’effetto di due dosi del farmaco RPC1063 con quello del placebo, nella sclerosi multipla recidivante remittente. Un totale di 258 soggetti è stato suddiviso in tre gruppi e le variabili principali per misurare l’efficacia sono state varie evidenze raccolte con la risonanza magnetica. Fra le variabili secondarie c’era la frequenza annuale di recidive. Ambedue le dosi del prodotto sono risultate efficaci sulle variabili della risonanza magnetica e solo la dose più elevata ha mostrato di ridurre l’attività della malattia. Seilmaj e colleghi hanno presentato altri risultati dello stesso studio che riguardavano la sicurezza del trattamento. Poiché la molecola del RPC1063 è simile a quella del fingolimod, sono stati valutati in particolare gli effetti collaterali relativi alla funzione del cuore, che sono stati registrati in passato con questo farmaco. Sulla base dei dati preliminari raccolti, gli autori hanno concluso che è possibile proseguire le ricerche su una popolazione più ampia.

Laquinimod

Nessler e colleghi hanno valutato gli effetti del laquinimod sui linfociti natural killer in un modello di laboratorio. I risultati hanno dimostrato che il laquinimod attiva i linfociti natural killer e gli autori hanno concluso che tale meccanismo può contribuire alla sua efficacia clinica nella sclerosi multipla. Ricercatori italiani e israeliani hanno riportato i risultati di un’analisi relativa all’attività della sclerosi multipla, valutata con la risonanza magnetica, in soggetti con la forma recidivante remittente. Dall’insieme dei dati raccolti, gli autori hanno concluso che il laquinimod, somministrato per periodi fino a 48 mesi, ha mantenuto bassa l’attività della malattia e che, nei soggetti passati dal placebo al farmaco attivo, si è rilevata un’importante diminuzione dell’attività. Barkhof e colleghi hanno presentato il progetto di una ricerca, già in corso, che verificherà l’efficacia del laquinimod nella sclerosi multipla primariamente progressiva. Un totale di 375 soggetti è stato suddiviso in tre gruppi che assumono 0.6 o 1.5 mg del farmaco o del placebo.

Daclizumab HYP

Una ricerca eseguita per verificare la permanenza del daclizumab HYP nell’organismo ha dimostrato che, nei malati di sclerosi multipla, la somministrazione una volta al mese sembra essere quella più adatta. Kappos e colleghi hanno riportato i risultati di uno studio denominato DECIDE nel quale l’effetto del daclizumab è stato confrontato con quello dell’interferone beta. La variabile principale di valutazione dell’efficacia è stata la frequenza annuale di recidive. Rispetto al farmaco di confronto, l’interferone beta, il daclizumab ha determinato una riduzione del 45% della frequenza annuale delle recidive e un 41% di diminuzione dei malati che le hanno presentate. Infezioni, danni alla pelle e alterazioni della funzione del fegato sono stati più frequenti con il daclizumab che con l’interferone. Vari lavori presentati hanno riportato altri dati raccolti dallo studio DECIDE. In uno di essi l’efficacia del daclizumab è stata riferita a fattori che teoricamente la potevano influenzare: età, sesso, durata della malattia, EDSS, precedente uso di interferone, primo trattamento eseguito e vari aspetti del danno a carico del cervello studiati con la risonanza magnetica. I risultati hanno dimostrato che l’effetto del farmaco nel ridurre l’attività della malattia non è stato limitato da nessuno di tali fattori. Dello studio DECIDE sono stati riportati anche i dati relativi alla sicurezza del trattamento, che hanno dimostrato che molti effetti collaterali avevano frequenza simile nel gruppo curato con daclizumab e in quello che ha ricevuto interferone beta. Un gruppo internazionale di ricercatori ha riportato i dati relativi alla sicurezza della terapia dopo 3-4 anni di somministrazione di daclizumab. In 410 soggetti curati, per una media di 25 mesi, la frequenza degli effetti collaterali gravi è stata del 76% e le interruzioni o la definitiva sospensione della terapia hanno riguardato, rispettivamente, il 12% e l’11% dei casi. La frequenza delle infezioni è stata del 50% (3% quelle gravi), quella dei problemi alla pelle del 28% e le alterazioni gravi degli esami di laboratorio del fegato si sono rilevate nel 4% dei malati. Sei soggetti hanno presentato gravi infiammazioni del colon e in 4 sono comparsi tumori. Havrdova e colleghi hanno presentato i risultati relativi all’efficacia, raccolti con lo stesso protocollo. Gli effetti positivi del farmaco sui danni al cervello rilevabili con la risonanza magnetica e sull’attività della malattia si sono mantenuti costanti per periodi fino a tre anni. Lin e colleghi hanno preso in considerazione la risposta del sistema immunitario alla somministrazione del vaccino per l’influenza in persone con sclerosi multipla trattate con daclizumab, confrontandole con soggetti sani. Il dubbio era che, avendo il farmaco un effetto di soppressione del sistema immunitario, potesse essere modificata la risposta. I risultati hanno indicato che il vaccino ha determinato effetti simili nei due gruppi dimostrando che il daclizumab non influenza la risposta al vaccino. Un gruppo di ricercatori statunitensi ha studiato la produzione di anticorpi nei confronti del daclizumab nei malati con sclerosi multipla che lo avevano assunto ed eventuali effetti di tali anticorpi sull’efficacia della terapia. Sono stati analizzati campioni di 913 soggetti e i risultati hanno indicato che la produzione di anticorpi si è verificata nei primi 24 mesi di cura, che il fenomeno è stato abitualmente transitorio e non ha influenzato efficacia e sicurezza della cura. Un’altra ricerca ha dimostrato che la molecola non ha effetti su alcuni enzimi che nel fegato metabolizzano i farmaci.

Ocrelizumab

Montalban e colleghi hanno presentato le caratteristiche principali di uno studio che è in corso e sta valutando l’efficacia dell’ocrelizumab in malati con sclerosi multipla primariamente progressiva. Sono stati arruolati 732 soggetti in 183 centri specializzati di 29 paesi. L’età media era di 45 anni, il 49% era di sesso femminile, la durata media dei sintomi, prima dell’inizio dello studio era stata di 6.5 anni e l’EDSS medio era di 4.74. Secondo le conclusioni degli autori i dati raccolti all’inizio della ricerca confermano che la casistica è costituita da persone con sclerosi multipla primariamente progressiva.

Rituximab

Seibert e colleghi hanno riportato la loro esperienza riguardo al trattamento con rituximab di 285 malati di sclerosi multipla recidivante remittente per una durata media di 18 mesi. Nella maggior parte dei casi la dose iniziale è stata di 1 gr, seguita da quella da 500 mg ogni sei mesi. Il 19% dei soggetti trattati ha presentato lievi reazioni nel punto di infusione. Nonostante l’81.6% presentasse anticorpi positivi nei confronti del virus della PML, non si è avuto nessun caso di questa malattia. Tre soggetti hanno presentato febbre associata ad alterazione dei globuli bianchi attribuibile all’assunzione di rituximab. In 2 casi si sono rilevate tre recidive con sintomi e in 7 malati si sono riscontrate nuove lesioni con la risonanza magnetica. Gli autori hanno concluso definendo efficace e sicuro l’impiego del farmaco. Un altro gruppo statunitense ha confermato i buoni risultati ottenuti con il rituximab presso il proprio ospedale. Qureshi e colleghi hanno valutato l’efficacia dell’associazione del rituximab con una procedura denominata plasmaferesi nelle forme progressive di sclerosi multipla che avevano risposto poco a cure precedenti. Sulla base dei risultati raccolti, hanno concluso che questo protocollo di trattamento sembra essere ben tollerato e privo di gravi effetti collaterali oltre a determinare sensibili miglioramenti di sintomi e funzioni, con l’unico limite della breve durata dei benefici ottenuti, una volta sospesa la cura.

Ibudilast

Fox e colleghi hanno presentato il protocollo di una ricerca che sta valutando l’efficacia dell’ibudilast nelle forme progressive di sclerosi multipla. L’arruolamento è stato completato nei primi mesi del 2015 e il trattamento durerà 96 settimane.

Olesoxime

Un gruppo di ricercatori francesi ha valutato, in una ricerca preliminare, l’efficacia dell'olesoxime, in associazione con interferone beta, su alcune evidenze raccolte con la risonanza magnetica e la sicurezza del trattamento. Gli autori hanno concluso che olesoxime è sicuro e ben tollerato quando somministrato in associazione all’interferone beta.

Trapianto di cellule staminali

Un gruppo di ricercatori statunitensi ha studiato l’effetto del trapianto di cellule staminali utilizzando particolari valutazioni eseguite con la risonanza. I risultati sono stati molto significativi e hanno confermato che questi esami si possono usare come verifica della riduzione della perdita di fibre nervose ottenuta con il trapianto di cellule staminali. Ramo e colleghi hanno studiato l’efficacia del trapianto di cellule staminali derivate dal midollo osseo in 4 malati di sclerosi multipla che hanno ricevuto una singola infusione di cellule e 1 soggetto che ne ha ricevute due. Dei 5 soggetti, 2 avevano una forma secondariamente progressiva della malattia. I risultati hanno dimostrato che la disabilità non è peggiorata dopo la procedura, ma, nei casi in cui l’infiammazione era attiva prima del trattamento, è rimasta tale anche dopo. Harris e colleghi hanno verificato fattibilità e sicurezza del trapianto di cellule staminali in grado di produrre cellule del sistema nervoso mediante iniezione nella cavità del cranio. Sulla base dei dati disponibili relativi a 4 malati di sclerosi multipla che hanno ricevuto tre somministrazioni di cellule staminali e a 5 soggetti che ne hanno ricevuta una o due, gli autori hanno concluso che le procedure sono state ben tollerate.

Tommaso Sacco

Fonti: AAN

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