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Aggiornamenti dal Congresso dell’ECTRIMS: dibattuta la terapia di induzione

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Aggiornamenti dal Congresso dell’ECTRIMS: dibattuta la terapia di induzione

Da quando si sono resi disponibili, per la cura della sclerosi multipla, dei potenti immunosoppressori, alcuni esperti hanno proposto di usarli come primo approccio nella sclerosi multipla. L’argomento è dibattuto e per questo ad esso è sta dedicata una sessione del Congresso dell’ECTRIMS.

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Dal 14 al 17 settembre 2016 si è svolto a Londra il Congresso del Comitato Europeo per il Trattamento e la Ricerca nella Sclerosi Multipla (European Committee for Treatment and Research in Multiple Sclerosis: ECTRIMS), che è uno dei Congressi più importanti al Mondo su questa malattia. Un acceso dibattito è stato dedicato alla terapia di induzione. Essa consiste nel somministrare, come primo approccio, un immunosoppressore di elevata potenza, anche negli stadi iniziali della sclerosi multipla. La giustificazione dei sostenitori di questa soluzione è che, “aggredendo” la malattia con il trattamento più potente a disposizione, si possano ottenere risultati migliori nel controllare i meccanismi delle infiammazioni e del danno. L’alternativa alla terapia di induzione è quella incrementale, che consiste nel somministrare all’inizio farmaci meno aggressivi, riservandoli per una fase successiva, quando la malattia dovesse assumere un andamento più grave. Gilles Edan, dell’Università di Rennes in Francia, ha illustrato queste due soluzioni, spiegando che, comunque, dopo l’eventuale utilizzo di un immunosoppressore potente in prima linea, si deve poi usare un farmaco meno aggressivo per mantenere il controllo della malattia a lungo termine. D’altra parte, egli ha aggiunto che utilizzare la terapia di induzione su larga scala espone alcuni malati al rischio di sviluppare i gravi effetti collaterali che alcuni immunosoppressori potenti possono provocare. Per questo Gilles Edan ha concluso che non pensa che ad oggi si possa raccomandare la terapia di induzione per tutti, visto che, in molte persone, la sclerosi multipla può essere ben controllata per anni con terapie meglio tollerate come l’interferone beta.

Sulla stessa linea si è posta un’atra relatrice, Emmanuelle Waubant dell’Università di California a San Francisco, Stati Uniti, che ha affermato che la terapia di induzione sembrerebbe più adatta ai casi più gravi, mentre non è giustificata nelle forme iniziali della sclerosi multipla. Anche lei ha ricordato che molti malati non hanno bisogno degli immunosoppressori più potenti anche perché nel 20% dei casi hanno una forma benigna della malattia. Inoltre, ha aggiunto, il 70% dei soggetti che ha assunto interferone beta fin dalla comparsa dei primi sintomi, dopo dieci anni ha ancora un punteggio di EDSS inferiore a 3, che corrisponde a un basso livello di disabilità.

Fra le variabili da considerare, nel decidere se proporre una terapia di induzione, ci sono gli esiti della risonanza magnetica, l’età inferiore a 40 anni, un numero di recidive superiore a 2 nei dodici mesi precedenti, o una recidiva grave che ha determinato un punteggio di EDSS superiore a 4. Fra i farmaci citati per un possibile impiego nella terapia di induzione sono stati citati il mitoxantrone, l’alemtuzumab e l’ocrelizumab.

Tommaso Sacco

Fonte: Medscape