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AAN: aggiornamenti sui farmaci di prima linea per la sclerosi multipla

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AAN: aggiornamenti sui farmaci di prima linea per la sclerosi multipla

Il congresso dell’American Academy of Neurology (abbreviato AAN, in italiano Accademia Americana di Neurologia) è uno dei due più importanti eventi scientifici mondiali nei quali vengono presentate le ultime novità emerse dalle ricerche sulla sclerosi multipla. Infatti, nonostante l’evento riguardi tutte le malattie neurologiche, dal mal di testa (cefalea) alla malattia di Parkinson, da sempre la sclerosi multipla è uno degli argomenti ai quali viene dato più ampio spazio. La Fondazione Cesare Serono ha passato in rivista degli abstract pubblicati nel sito dell’evento per proporre alcuni aggiornamenti sulle ricerche presentate. Si segnala che le informazioni riportate in questi aggiornamenti possono essere riferite a metodi di diagnosi e a cure in corso di sviluppo e non ancora disponibili nella pratica clinica, quindi non devono condizionare in alcun modo i protocolli di gestione clinica della persone con sclerosi multipla.

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In particolare per quanto riguarda le cure per la sclerosi multipla, i lavori scientifici presentati hanno spaziato da quelle da tempo disponibili e già consolidate, a quelle nelle fasi più preliminari di sviluppo. In questi aggiornamenti si riporteranno sia novità relative alle terapie già disponibili, che quelle riguardanti trattamenti in corso di sviluppo. La sicurezza dei farmaci sarà oggetto di un aggiornamento specifico.

L’interferone è uno dei farmaci impiegati nella terapia di prima linea della sclerosi multipla, può essere cioè usato come prima cura nei nuovi casi della malattia. Nonostante sia stato introdotto in clinica da tempo e abbia dimostrato la sua efficacia a breve e a lungo termine, la disponibilità di nuove metodiche di studio offre ai ricercatori l’opportunità di approfondire le conoscenze sui suoi meccanismi d’azione. Uno studio, al quale hanno partecipato alcuni dei maggiori centri europei della sclerosi multipla, ha valutato se la somministrazione dell’interferone modificava alcune caratteristiche dei linfociti T, come ad esempio i recettori che essi presentano sulla membrana esterna, in persone con sclerosi multipla recidivante remittente (in inglese Relapsing Remitting Multiple Sclerosis: RRMS). I risultati ottenuti valutando le caratteristiche dei linfociti T durante un trattamento con interferone di almeno sei mesi, non hanno evidenziato modificazioni a carico di queste cellule. Gli autori hanno concluso che questo farmaco sviluppa il suo effetto terapeutico modulando la risposta immunitaria (immunomodulazione), ma senza incidere sulle caratteristiche dei linfociti T. Un altro gruppo di ricercatori ha valutato gli effetti dell’interferone su altre cellule del sistema immunitario: monociti e linfociti B. Tale valutazione è stata eseguita, sia in soggetti con sclerosi multipla, che in un modello animale della malattia denominato encefalite autoimmune sperimentale (in inglese: experimental autoimmune encephalomyelitis: EAE). Questi autori hanno rilevato un effetto del farmaco sulle cellule studiate e suggeriscono che, in particolare quello sui linfociti B, può giustificare l’azione immunomodulatrice dell’interferone. Un gruppo di ricercatori di Buffalo, Stati Uniti, ha preso in esame un altro aspetto del meccanismo d’azione dell’interferone: il suo effetto sulle molecole che regolano i meccanismi dell’infiammazione, definite anche marcatori dell’infiammazione. Si è osservata una modificazione nel rapporto fra le concentrazioni delle molecole che favoriscono e che contrastano i processi infiammatori. Secondo gli autori, questo effetto contribuisce a spiegare i risultati terapeutici ottenuti e la sua valutazione potrebbe aiutare ad individuare i soggetti che rispondono meglio alla cura con interferone. Un altro studio ha fornito evidenze interessanti, anche se preliminari. Ricercatori australiani e cinesi hanno indagato i rapporti fra genetica, metabolismo della vitamina D ed efficacia dell’interferone. I risultati ottenuti indicherebbero che, in presenza di alcune variazioni (mutazioni) dei geni, si modificano sia la relazione fra trattamento con interferone e metabolismo della vitamina D, sia la capacità dell’interferone di prevenire le recidive della sclerosi multipla. Ulteriori approfondimenti contribuiranno a spiegare queste evidenze.

Oltre alle ricerche sul meccanismo d’azione, all’AAN ne sono state presentate anche sull’uso in clinica dell’interferone. Un’analisi, eseguita su evidenze raccolte in uno studio clinico denominato PRISMS, ha valutato l’effetto dell’interferone sulla comparsa di nuove lesioni al cervello evidenziabili con la risonanza magnetica. I risultati hanno dimostrato che la somministrazione del farmaco si è associata a una riduzione della comparsa di nuove lesioni che evolvono in immagini radiologiche definite buchi neri (in inglese “black holes”), in particolare nelle persone con ridotto grado di disabilità. Due lavori presentati all’AAN hanno riportato i risultati dell’impiego degli auto-iniettori, vale a dire di quei dispositivi che sono stati proposti con l’obiettivo di supportare le persone con sclerosi multipla nell’assunzione del trattamento con interferone. I due studi, denominati rispettivamente SMART e PERSIST e che hanno coinvolto 912 e 274 soggetti, hanno dimostrato che i dispositivi di auto-iniezione hanno aumentato l’aderenza alla cura, hanno facilitato l’assunzione del farmaco e non hanno determinato problemi di effetti collaterali o di sicurezza in generale. Nel caso dello studio SMART, gli autori hanno anche segnalato un’associazione fra l’uso del dispositivo e buoni risultati clinici iniziali della cura. Un gruppo internazionale di ricercatori ha proposto i risultati di un’analisi di dati sulla qualità della vita riguardanti 284 persone con sindrome clinicamente isolata (in inglese Clinically Isolated Syndrome: CIS) trattati per otto anni. La cura con interferone si è associata ad una migliore qualità della vita e ad una migliore efficacia della terapia riferita dal malato. Un altro studio ha valutato l’impiego dell’interferone come proseguimento della cura, dopo l’interruzione del natalizumab, la cosiddetta terapia “a scalare”. Da tempo, infatti, alcuni autori hanno suggerito l’opportunità di somministrare un trattamento che controlli l’andamento della malattia dopo la sospensione del natalizumab che sopprime le funzioni del sistema immunitario (immunosoppressore). Confrontando due piccoli gruppi di soggetti, dei quali uno, dopo un primo periodo di cura con natalizumab, proseguiva con la stessa terapia e l’altro passava all’interferone, si è osservato che le principali variabili indicative degli effetti della terapia o dell’efficienza della funzione cognitiva non erano significativamente diverse, anche se il loro andamento tendeva ad essere migliore nel gruppo che proseguiva il natalizumab. Gli autori hanno concluso che lo studio ha fornito l’evidenza che la terapia “a scalare” con interferone, dopo un trattamento con natalizumab, è stata fattibile, ben accetta e tollerata dalla maggioranza dei soggetti e associata ad una sostanziale stabilità dei parametri considerati.

Sul glatiramer acetato, un altro farmaco usato nella cura di prima linea della sclerosi multipla, è stata presentata una ricerca che ha seguito per venti anni un gruppo di malati di RRMS valutando la relazione esistente fra le modificazioni delle evidenze fornite dalla risonanza magnetica e l’andamento della disabilità. I risultati hanno indicato che, in particolare l’andamento di alcune variabili radiologiche, come ad esempio del volume della materia bianca, si correlando alla disabilità

Tommaso Sacco

Fonte: American Academy of Neurology