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La voglia di volare è più forte della paura di cadere

Questo libro non vuole essere una lezione di vita e non desidera neppure diventare lelogio della disabilità. Noinon siamo martiri né rifiuti umani, né fenomeni da baraccone o macchine per sole o per consenso. Siamo attori, giornalisti, avvocati, impiegati e politici e il nostro punto di vista deve essere considerato una ricchezza per ciascuno degli ambiti in cui viviamo e lavoriamo, non è unanomalia.

Lo scrive Antonella Ferrari, attrice nota al pubblico per aver interpretato il personaggio di Lorena nella soap tutta italiana Centovetrine, quello di Lorenza in La Squadra, per aver preso parte ultimamente a Un matrimonio, miniserie TV Rai, diretta e ideata da Pupi Avati (che ci teneva in modo particolare a diventare un suo caro amico). Nelle pagine del libro Più forte del destino (Mondadori), Antonella Ferrari parla della sclerosi multipla, malattia che le è stata diagnosticata dopo anni di cure, ricoveri e spese mediche. Nel 1981 nota che non riesce ad alzarsi dal letto e inizia il suo calvario. Visite, fisioterapie, esami dolorosi e preoccupazioni per i suoi familiari e i suoi veri amici, fino alla diagnosi di sclerosi multipla arrivata solo nel 1994.

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Da allora, l’attrice ed ex autrice TV, convive con un “inquilino fastidioso” , ma al quale non permette di condizionare né la sua vita, né il suo lavoro. La scoperta di essere affetta da sclerosi multipla non la ferma, continua a lavorare a Mediaset e nel 2001 arriva per lei il ruolo che le regala un “posto” in moltissime case degli italiani: Lorena Giraldi di Centovetrine e le sue stampelle di “Barbie” diventano famose. Lorena era l’amica di tutti, ma le cose erano diverse fuori dal set per Antonella che aveva qualche difficoltà a relazionarsi con i colleghi attori.

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La vita sentimentale di Antonella va bene, è felicemente sposata con Roby, meccanico, conosciuto grazie a un’ex amica. Sono tanti i nomi di conoscenti passati nel corso della vita di Antonella Ferrari che l’hanno ferita, che non sono riusciti a fare i conti con la sua malattia. Su un set aveva conosciuto una collega che di punto in bianco l’ha abbandonata, il motivo? Non riusciva a essere felice standole accanto, una mail che servì all’attrice da monito per allontanare tutte le persone che hanno usato la sua “malattia” per giustificare le loro debolezze.

Nelle pagine del suo libro autobiografico, Antonella Ferrari, affronta anche il suo “male minore”: un’ossessione nei confronti del cibo. In parte legata alla sua carriera da ballerina e soprattutto alla sua malattia: Sono vissuta con lintima convinzione di dover dare e dimostrare di più degli altri [] Questo perché a lungo mi sono sentita in colpa per la mia malattia. Avvertivo il dolore causato in famiglia, i mille problemi, gli imbarazzi e forse persino lonere delle spese dei miei genitori per le cure.

Non solo nel cibo sfoga spesso le ansie legate al suo lavoro, se non viene chiamata, mangia, ingrassa e decide di non farsi vedere per un po’. L’ossessione è tale da farle scrivere: In realtà io ho due malattie, ma una non mi è mai stata diagnosticata. I medici non hanno mai tenuto nella giusta considerazione il mio rapporto peso e cibo. Per loro si trattava di un male minorerispetto alla sclerosi multipla. A dire il vero Antonella Ferrari va oltre e scrive che migliorerebbe di gran lunga la vita dei pazienti se esistessero farmaci che hanno effetti meno “devastanti” sulla persona e sul suo aspetto. Il riferimento al cortisone è ovvio.

In “Il buio” Antonella Ferrari parla di uno dei periodi più difficili: la sclerosi multipla le blocca per un lungo tempo le gambe, tanto che deve usare la sedia a rotelle. E’ il 2009, anno orribile, in cui rischia di entrare in depressione. Qualche anno dopo la situazione migliora.

Uno dei desideri che le restano ancora è quello di diventare madre. Nelle ultime pagine del libro racconta del dolore per la morte del padre, del bellissimo matrimonio a cui lui ha potuto partecipare e di un funerale celebrato qualche tempo dopo nella stessa chiesa. La fede negli anni è rimasta un punto di riferimento.

Antonella Ferrari ha portato il suo libro anche sul palcoscenico con la regia di Arturo di Tullio. Una grande ragnatela sullo sfondo imprigiona i simboli dei suoi sogni, come quello della danza, uno dei più forti, ma non l’unico. Ciò che la malattia non è riuscita a portarle via è sul palcoscenico con lei tra grinta, sorriso e aspirazioni mai abbandonate e poi realizzate.

Dopo un videoclip iniziale, dai toni più televisivi che teatrali, inizia il racconto della malattia dai sintomi dei primi 10 anni al momento della diagnosi, fino alla ricostruzione della sua vita sulle basi malferme di una patologia che minaccia di sottrarle energie ed aspirazioni. Ma, seppur su queste basi, la vita va avanti e l'autrice non smette di sognare e di realizzare, al di là del destino avverso.

Si sale su questa giostra con Antonella che ci accompagna nel suo viaggio intimo portandoci tra dolore e risate alla scoperta di cosa significa convivere con la disabilità e non solo, anche con l’idea che gli altri hanno della disabilità.

Mettendo in luce i pregiudizi della società contemporanea, che tende a classificare la disabilità in canoni ben precisi, l'attrice mostra il suo: trucco, tacchi e sorriso, in sedia a rotelle o, nei momenti migliori, con due stampelle colorate.

Ritornando al libro, i cui proventi delle vendite andranno all’AISM, Antonella ricorda che non ha più paura del futuro e dell’indignazione che prova quando si scrivono o si dicono cose stupide o luoghi comuni sulla disabilità.

La quarta di copertina sintetizza il Ferrari-pensiero: Io, abituata a vivere in equilibrio su una gamba sola, non sono immune alle vertigini. Ma la voglia di volare è più forte della paura di cadere.

Chiara Laganà & Enrica Rabacchi

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