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Anni 50-80: Ipotesi di trattamento

Fra gli anni ‘50 e gli anni ’80, una delle poche innovazioni nella gestione quotidiana della sclerosi multipla fu l’introduzione del cortisone nel trattamento delle fasi acute della malattia. Questo nuovo approccio è stato la diretta evoluzione dell’uso della ACTH del quale si è parlato nella quarta puntata. Così come non tutti gli esperti furono subito d’accordo nell’attribuire vantaggi clinici all’ACTH, anche la messa a punto dei trattamenti a base di cortisone e molecole similari fu lunga e punteggiata di insuccessi. Ad esempio, Miller e colleghi nel 1961 e Tourtellote e Haerer nel 1965 non ottennero i risultati sperati negli studi che eseguirono. Ci sarebbero voluti anni e altri studi per definire l’impiego di queste molecole che sono tuttora considerate un elemento cardine nella gestione delle recidive della sclerosi multipla.

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A proposito di studi clinici, fra gli anni ’60 e gli anni ’80 si afferma un’importante novità che avrà ripercussioni notevoli nel campo della sclerosi multipla, come in generale nella ricerca medica: la diffusione degli studi clinici. Per meglio dire, quello che cambia è l’approccio alla ricerca, con l’applicazione di metodi rigorosi per produrre risultati attendibili. Questo non vuol dire che una ricerca più aneddotica, vale a dire riferita a popolazioni ridotte ed eseguita con metodi più superficiali, sparisca, ma semplicemente che i ricercatori più seri sanno come lavorare per raccogliere informazioni trasferibili poi nella pratica clinica. Negli anni ’70 si avvieranno i primi studi clinici moderni sulla sclerosi multipla, che spesso valutavano farmaci impiegati fino a quel momento nel cancro e nelle malattie reumatiche, iniziando un percorso che porterà fino ai giorni nostri.

Se nella gestione delle recidive ACTH e cortisone apportano miglioramenti pratici continuano a mancare approcci che riguardino lo sviluppo e l’evoluzione della malattia. Si alternano proposte di nuovi meccanismi e richiami a meccanismi già ipotizzati, ai quali si accompagnano ipotesi di trattamento. C’è chi rilancia cause infettive, chi ripropone alterazioni della circolazione sanguigna e chi chiama in causa modificazioni del metabolismo, ad esempio di quello degli zuccheri. Fra gli anni 40 e gli anni 50, Bayard T. Horton della Clinica Mayo di Rochester (Minnesota, USA) esegue trattamenti a base di istamina per ridurre la sensibilità dell’organismo a questo mediatore. Tutte queste terapie presto o tardi si dimostrano inefficaci nel modificare l’andamento della malattia, se non addirittura dannose, smentendo di conseguenza anche le teorie sulle quali erano basate. Ne è un esempio il cosiddetto “vaccino russo” che godé di una certa popolarità, finché non si scoprì che non era altro che un vaccino ani-rabbico e che poteva avere effetti negativi nei malati di sclerosi multipla.

Se riguardo alle cure della sclerosi multipla si registrano poche novità, nei decenni fra il 1950 e il 1980 si sviluppano altre innovazioni che preparano il campo alla gestione moderna della malattia. Ad esempio, si mette a punto la metodica che serve ad analizzare il liquido cefalorachidiano per evidenziare la presenza delle bande oligoclonali. Questo esame sarebbe risultato, in seguito, talmente importante che nel 1983 il Comitato di Poser lo avrebbe inserito fra i criteri di diagnosi della sclerosi multipla. Negli anni ’70 è stata sviluppata un’altra metodologia che avrebbe permesso un salto di qualità nell’individuazione di lesioni del sistema nervoso nelle persone con sclerosi multipla: la tomografia assiale computerizzata o TAC. Essa consiste in una particolare modalità di utilizzo dei raggi X, quelli delle radiografie, che permette di definire le strutture del sistema nervoso individuando diversi livelli di densità dei tessuti che lo compongono. Come per di tutte le innovazioni, la TAC non è stata applicata subito estesamente in tutti i malati, ma si è diffusa progressivamente fino a diventare uno degli strumenti più importanti per la diagnosi, almeno fino all’introduzione della risonanza magnetica, negli anni ’80.

La possibilità di studiare meglio le persone con sclerosi multipla e la disponibilità di nuovi strumenti diagnostici, stimolò gli esperti circa la messa a punto di criteri, scale e punteggi per formulare la diagnosi e classificare la gravità della sclerosi multipla. Il gruppo di George Schumacher, nel 1965, propose una serie di criteri necessari per confermare la diagnosi di sclerosi multipla. Essi introducono alcuni principi, come quello della “disseminazione”, delle lesioni in diverse aree del sistema nervoso e degli episodi acuti in diversi momenti della vita del soggetto, che sarebbero rimasti alla base di tutti i criteri di diagnosi proposti fino ai giorni nostri. Fra il 1955 e il 1961 John F. Kurtzke, Ufficiale Medico della Marina degli Stati Uniti, propose una “nuova scala per valutare la disabilità nella sclerosi multipla”, definendola Disability Status Scale (DSS) traducibile in italiano con Scala dello Stato di Disabilità. Nel 1983 la DSS sarebbe stata modificata dallo stesso autore in EDSS (Expanded Disability Status Scale: Scala Espansa dello Stato di Disabilità) per ovviare alla difficoltà, incontrata con la DSS, di individuare i livelli più lievi di disabilità. L’EDSS è tuttora uno strumento di uso quotidiano e di valore universalmente riconosciuto per misurare la disabilità nelle persone con sclerosi multipla e per valutare l’effetto delle cure.

Tornando alle cure della sclerosi multipla, va segnalato che, fra le altre ipotesi circa il meccanismo di sviluppo, si afferma sempre di più quella relativa ad alterazioni della funzione del sistema immunitario e, di conseguenza, si provano farmaci con effetti di soppressione del sistema immunitario. Per molte molecole di questo tipo, le prove di efficacia non sono convincenti e, al contrario, si registrano problemi di sicurezza. Insomma, si pensa che modificare la funzione del sistema immunitario possa risultare utile nel curare la malattia, ma si rileva che sopprimerla comporta dei rischi.