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Gli esami da eseguire prima di avviare un trattamento con natalizumab sono: risonanza magnetica, prove delle funzioni cognitive, anticorpi diretti contro il Virus JC (John Canningham), emocromo completo, dosaggio della concentrazione nel sangue di enzimi epatici, verifica di precedenti infezioni da Virus dell’epatite o da Virus da Sindrome da Immunodeficienza Acquisita (AIDS), esame radiologico del torace, esame delle urine ed esame colturale delle urine, per individuare eventuali infezioni. Emocromo, dosaggio degli enzimi epatici e risonanza magnetica vanno ripetuti con frequenza diversa a seconda della positività o della negatività degli esiti della valutazione degli anticorpi rivolti contro il Virus JC. Nel caso questa prova dia esito positivo, gli esami sopraindicati vanno ripetuti ogni sei mesi per i primi due anni. Il dosaggio degli anticorpi rivolti contro il Virus JC va eseguito ogni sei mesi e la valutazione delle funzioni cognitive almeno una volta all’anno.

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Gli effetti indesiderati più frequenti con il natalizumab sono reazioni, di grado lieve e moderato, all’infusione endovenosa, mentre quelle più gravi, che si manifestano con febbre e arrossamenti della pelle diffusi e anafilassi, sono molto più rare. Effetti indesiderati più gravi, seppure rari, del natalizumab sono infezioni da virus di vario tipo e da funghi. In particolare, fra le prime, un quadro grave è costituito dalla Leucoencefalopatia Multifocale Progressiva. Il natalizumab è stato il primo dei farmaci per la sclerosi multipla a provocare tale effetto indesiderato, che ne ha determinato la sospensione dall’impiego clinico per alcuni mesi. In seguito, il prodotto è stato reintrodotto nell’impiego clinico e sono stati raccomandati specifici approcci per quantificare il rischio di sviluppo di questa infezione. Per questa stima, che si definisce “stratificazione del rischio”, si fa riferimento alla presenza di tre evidenze: la presenza nel sangue di anticorpi diretti contro il virus che provoca la Leucoencefalopatia Multifocale Progressiva, una lunga durata della somministrazione del natalizumab, intesa come superiore a 24 mesi, e la precedente assunzione di farmaci a potente effetto di immunosoppressione, come ciclofosfamide, mitoxantrone e azatioprina. Per questo motivo, come scritto sopra, prima di iniziare il trattamento con natalizumab, si esegue una ricerca, nel sangue, di anticorpi diretti contro il virus che provoca la Leucoencefalopatia Multifocale Progressiva. In caso la ricerca dia esito negativo, la stessa verifica viene ripetuta ogni 6 mesi. Il sistema di previsione del rischio è un metodo tutt’ora oggetto di messe a punto e pertanto l’attuale approccio non va considerato definitivo.

Alcuni studi hanno evidenziato che, all’interruzione della terapia, può seguire una ripresa dell’attività della sclerosi multipla, sia clinica che rilevata con la risonanza magnetica, entro 3 mesi dopo l’ultima somministrazione del farmaco. In alcuni casi l’attività può essere più intensa, rispetto a quella osservata prima dell’inizio della cura con natalizumab, e tale effetto è definito “rimbalzo” (in inglese “rebound”). Finora non sono state definite strategie di cura in grado di evitare questo rischio, che è ritenuto maggiore nelle persone che, nell’anno precedente all’inizio dell’assunzione del farmaco, avevano una forma di malattia caratterizzata da elevata attività. Sebbene sia stato descritto come un fenomeno che si limita da solo, il rimbalzo dell’attività della sclerosi multipla può provocare un peggioramento della disabilità, rispetto alla situazione precedente alla somministrazione di natalizumab.

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