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Componenti della dieta e microbiota nella sclerosi multipla

Componenti della dieta e microbiota nella sclerosi multipla

L’alimentazione influenza la composizione del microbiota dell’intestino al quale si attribuisce un effetto sul decorso della sclerosi multipla e, secondo alcuni autori, anche sulla sua comparsa. Quest’ultima relazione si baserebbe sui rapporti che i microrganismi che compongono il microbiota intestinale stabiliscono con il sistema immunitario. L’alimentazione delle persone che vivono nei paesi più sviluppati, che sono anche quelli nei quali la sclerosi multipla è più diffusa, condiziona il microbiota intestinale, aumentando la quantità di microbi denominati Firmicutes e diminuendo quella dei Bacteroidetes. Tali modificazioni comportano, a loro volta, due conseguenze negative: la produzione di maggiori quantità di sostanze che amplificano i processi infiammatori. Sulla base di queste premesse, l’attenzione degli esperti di sclerosi multipla si è concentrata sul microbiota come componente della fisiopatologia della malattia. Una revisione della letteratura pubblicata nel 2018 ha passato in rassegna gli studi eseguiti e ha riportato che la maggiore mole di dati, sulla relazione fra microbiota e sclerosi multipla, finora è stata raccolta in modelli di laboratorio che simulano i meccanismi di danno della malattia. In queste ricerche si è osservato che alcuni batteri presenti nel microbiota possono contribuire ad attivare meccanismi dell’infiammazione, che provocano, a loro volta, alterazioni simili a quelle che si verificano nella sclerosi multipla. D’altra parte, ad alcuni tipi di batteri è stata attribuita la capacità di controllare o di sopprimere infiammazione e danno. Per quanto riguarda le evidenze raccolte nell’uomo, non si sono rilevate sempre differenze nella composizione del microbiota, fra persone con sclerosi multipla e soggetti paragonabili per altre caratteristiche, ma non affetti dalla malattia. Alcune ricerche hanno permesso però di associare specifiche caratteristiche del microbiota a un’aumentata differenziazione dei linfociti T in popolazioni di cellule in grado di potenziare i meccanismi dell’infiammazione. In tali processi non giocano un ruolo solo i batteri, ma anche alcune molecole da essi prodotte. Sono stati eseguiti studi anche per valutare l’efficacia sulla sclerosi multipla di approcci mirati a influenzare in vario modo il microbiota. Alcuni autori hanno provato a somministrare la vitamina D, con l’obiettivo di migliorare la composizione del microbiota e i suoi effetti sul sistema immunitario. È stato raccolto qualche risultato interessante, ma si tratta di evidenze da verificare su casistiche molto più ampie. Un altro intervento che è stato valutato è la somministrazione di probiotici. Tale trattamento ha prodotto esiti contrastanti, che impediscono di trarre conclusioni. Un ulteriore approccio che è stato tentato è quello di un’alimentazione programmata con l’obiettivo di modificare il microbiota e limitare la produzione di molecole che alterano la risposta immunitaria. Anche da queste esperienze non si sono raccolte evidenze conclusive. In un sito italiano dedicato al microbiota sono stati pubblicati articoli, che si riferiscono a studi con risultati interessanti, ma in grandissima parte eseguiti su animali. Riassumendo, le informazioni oggi disponibili sulla relazione fra alterazioni del microbiota e sclerosi multipla non permettono di trarre indicazioni concrete utili nella gestione clinica della malattia. Ulteriori ricerche, eseguite nell’uomo, su casistiche ampie e con metodi in grado di analizzare approfonditamente il microbiota, potranno fare chiarezza sull’argomento. 

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Sezione a cura del Prof. Vincenzo Brescia Morra, Professore di Neurologia e Direttore del Centro per la Sclerosi Multipla presso la Clinica Neurologica dell’Università “Federico II” di Napoli

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