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Tumori, un malato su tre lavora, ma 274.000 licenziati dopo diagnosi

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Tumori, un malato su tre lavora, ma 274.000 licenziati dopo diagnosi

Un malato di cancro su tre lavora, secondo i dati di FAVO (Federazione delle Associazioni Volontariato in Oncologia) e Censis, ma ben 274mila persone malate hanno perso il loro posto di lavoro: perché licenziate, costrette a dimettersi o hanno dovuto cessare la propria attività lavorativa a causa delle cure o della malattia. FAVO ha organizzato un convegno dedicato all’inclusione dei malati di cancro nel mondo lavorativo, la Federazione, inoltre, edita da dodici anni un libretto dedicato ai Diritti del malato di cancro e un volantino dedicato ai datori di lavoro.

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La questione lavorativa riguarda un numero sempre più elevato di malati di cancro: erano 2.600.000 nel 2010 e sono stati 3 milioni nel 2015: “Il cancro non è una patologia che colpisce solo chi è avanti con l’età”, come si potrebbe sostenere in modo errato, secondo l’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) un milione di persone in età lavorativa “il 30% dei casi prevalenti”, come afferma l’avvocato Elisabetta Iannelli, segretario generale FAVO. Su 1000 nuovi casi di tumore, 300 riguardano lavoratori. Inoltre ad ammalarsi sono sempre più le donne, su 130mila nuovi casi, un terzo delle diagnosi, il 54% sono donne (70mila), il 46% uomini (60mila), come ha rivelato nel corso del suo intervento al convegno Elisabetta Iannelli. Le 70mila donne sono lavoratrici, “l’inclusione lavorativa dei malati oncologici è un investimento sociale ed economicamente produttivo, un valore anche in termini di professionalità”.

Due le esperienze ascoltate al convegno, la prima è quella di Alberto Cerretti, dipendente di una grossa azienda che ha speso 44mila euro per le sue cure, spese che si aggiungono all’impossibilità di prendere parte alle trasferte e a una conseguente riduzione del suo stipendio e la negata possibilità di avanzamento di carriera legata alla ridotta mobilità. Un altro racconto è quello della lavoratrice autonoma, Daniela Fregosi, meglio nota come Afrodite K. Protagonista di un blog in cui ha raccontato la sua malattia, Afrodite K ha raccontato come per molti lavoratori autonomi ammalarsi significhi spendere ancora di più: ci sono costi fissi che non vengono azzerati durante la malattia. La blogger è autrice di una petizione online su change.org per i diritti di assistenza dei lavoratori autonomi che si ammalano. “È importante che tutte le partite IVA colpite da patologie gravi come quelle oncologiche possano vivere con dignità la propria malattia potendo contare su quella base di tutele che la Costituzione (nell’articolo 38) prevede per ogni lavoratore in difficoltà. Lo Stato non può continuare a fare differenza fra lavoratori, perché la malattia non ne fa”.

Il professor Paolo Marchetti dell’Azienda ospedaliera Sant’Andrea, ha parlato del passaggio fondamentale dalla cronicità alla guarigione dal cancro. Grazie ai progressi scientifici della medicina di precisione, “che sempre più consentirà di guarire dal cancro o quantomeno di cronicizzare la malattia consentendo ai malati il ritorno a una vita normale”.

La riabilitazione oncologia gioca, dunque, un ruolo importante, come ha sottolineato il presidente di FAVO, il professor Francesco De Lorenzo. L’ex ministro ha anche parlato dei costi che riguardano i malati di cancro: “Sono persone a rischio povertà, poiché nonostante il SSM universalistico, la malattia genera un aumento di costi sociali diretti e indiretti e una diminuzione dei redditi”. Al di fuori della sfera economica, i malati di cancro “vogliono continuare a essere parte attiva della società, il loro lavoro li aiuta ad affrontare al meglio la malattia”.

Il ritorno al lavoro dei malati di cancro è gestito da una figura ad hoc, il disability manager, sulla quale ha parlato il dottor Giuseppe La Torre. “L’obiettivo è ridurre l’impatto della disabilità sui luoghi di lavoro”. Il disability management, nato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, “viene messo in pratica in diversi contesti europei, in particolare nelle aziende multinazionali, ma in Italia esiste solo in pochissime grandi realtà aziendali”. La figura giova sia alle aziende che ai lavoratori, come ha sottolineato nel suo intervento il professore La Torre.

Nonostante la situazione non sia florida, esistono in Italia alcuni esempi di iniziative per valorizzare il contributo lavorativo dei pazienti. Al momento due grande aziende propongono tali iniziative, Ikea ed ENI. Il dottor Maurizio del Conte, presidente dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, ha sottolineato come per assicurare una riabilitazione sociale “bisogni rimanere attivi lavorativamente”, vanno dunque rimossi “gli ostacoli normativi che ancora lo impediscono”.

In apertura di convegno, l’onorevole Paola Binetti ha sottolineato come sia importante tornare a garantire la qualità della vita dei pazienti. Al di là dei farmaci innovativi, “servono trattamenti riabilitavi che anche su un piano socio-sanitario restituiscano loro una rinnovata dignità di cittadini inseriti a pieno titolo nella loro vita familiare, sociale e professionale”.

Chiara Laganà