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Lo stato dell’arte nella cura del glioblastoma multiforme

Parere degli esperti|timepubblicato il
Lo stato dell’arte nella cura del glioblastoma multiforme

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


Il glioblastoma multiforme (GBM) è la neoplasia più aggressiva e più frequente fra quelle che traggono origine dal sistema nervoso cerebrale. La sua incidenza (cioè il numero di nuovi casi all’anno) media in Italia è di 8 casi ogni 100.000 abitanti e rappresenta il 54% di tutti i gliomi diagnosticati con una sopravvivenza mediana di circa 18 mesi.

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Lo standard terapeutico per tutti i pazienti di età inferiore a 70 anni e con un buon performance status dopo l’intervento chirurgico o la biopsia chirurgica è l’associazione di temozolomide 75 mg/mq/die per la durata di tutta la radioterapia (60 Gy/30 frazioni) per un totale di 7 settimane. A seguire 6 cicli (che in alcuni casi selezionati possono essere estesi a 12 cicli) di temozolomide adiuvante al dosaggio di 150-200 mg/mq/die per 5 gg ripetuto ogni 28 gg.

Nei pazienti affetti da GBM deve essere valutato lo stato di metilazione del gene MGMT (metilguanina metiltransferasi) come fattore prognostico e predittivo positivo (la sopravvivenza totale dei pazienti con metilazione è di 21,7 mesi rispetto a 15 mesi in quelli sottoposti a trattamento standard).

Ad oggi gli studi clinici sull’utilizzo di dispositivi a impianto cerebrale nella zona di interessamento della neoplasia, i cosiddetti WAFERS di BCNU (carmustina), un agente chemioterapico alchilante, non devono essere presi in considerazione come opzione terapeutica di prima scelta, dato il loro scarso impatto sulla sopravvivenza. Analogamente, l’aggiunta di bevacizumab (un anticorpo monoclonale anti-VEGFR) o di clilengitide (un inibitore delle integrine) alla radioterapia concomitante a temozolomide non ha dimostrato un miglioramento della sopravvivenza, bensì un aumento degli effetti collaterali con riduzione della QoL (qualità di vita).

Nei pazienti anziani, cioè di età superiore ai 70 anni, che per caratteristiche genetiche e molecolari della neoplasia hanno una sopravvivenza mediana inferiore all’anno, la terapia postoperatoria consigliata oltre alla radioterapia standard è la quella ipofrazionata a dosaggio totale di 40 Gy in 15 sedute.

La recidiva di GBM è purtroppo un evento pressoché inevitabile; le opzioni terapeutiche vanno dal possibile re-intervento chirurgico alla ripresa di trattamento con temozolomide se vi è stato un intervallo di tempo sufficientemente lungo di almeno qualche mese o l’utilizzo di schemi chemioterapici come il PCV (procarbazina, carmustina e vincristina) o le nitrosuree come la fotemustina.

L’utilizzo di bevacizumab nei pazienti in progressione di malattia dopo trattamento standard è stato approvato nel 2009 dalla FDA (Food And Drug Administration) negli Stati Uniti, mentre in Europa non ha ricevuto l’assenso dell’EMA (European Medicines Agency) che ha considerato i risultati di scarso impatto sulla sopravvivenza.

In conclusione, i pazienti affetti da GBM dispongono di scarse opzioni terapeutiche, soprattutto dopo il fallimento del trattamento standard iniziale; molti sono comunque gli studi in corso che stanno valutando l’utilizzo di nuovi farmaci.

Andrea Pietro Sponghini - Struttura Complessa a Direzione Universitaria di Oncologia, AOU “Maggiore della Carità”, Novara

Bibliografia di riferimento

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