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Screening cancro: forte impatto della pandemia Covid-19

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Screening cancro: forte impatto della pandemia Covid-19

La prima ondata della pandemia ha avuto un impatto notevole sui programmi di screening del cancro. Lo ha riferito recentemente alla Commissione Affari Sociali la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, rispondendo ad un’interrogazione presentata da Roberto Novelli. 

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“L'Osservatorio Nazionale Screening (ONS) opera come strumento tecnico a supporto sia delle Regioni, per l'attuazione dei programmi di screening, sia del Ministero della Salute, per la definizione delle modalità operative, il monitoraggio e la valutazione dei programmi.

L'ONS nel rapporto 2019, riferito al 2018, evidenziava leggeri progressi nello sviluppo dei programmi organizzati di screening oncologico, pur confermando un divario fra Centro, Nord e Sud”. 

La sottosegretaria ha sottolineato che “considerando tutti gli screening e tutte le fasce di età, i numeri assoluti indicano più di 14 milioni di inviti (14.393.496, quasi 350.000 inviti in più rispetto al 2017) e più di 6 milioni e 300 mila test (6.336.579, cioè 50.000 test in più rispetto al 2017). Ciò significa che nel 2018 fra l'80 e il 90 per cento della popolazione italiana in età target per lo screening mammografie e per quello cervicale è stata regolarmente invitata, e più del 75 per cento ha ricevuto l'invito allo screening colorettale”. 

Secondo una survey a cui hanno risposto tutte le regioni tranne la Basilicata, dopo la prima fase della pandemia, gli esami di screening sono ripartiti in 13 regioni per lo screening mammografico e cervicale e in 11 per lo screening colorettale, ma il numero di esami è sceso del 10% rispetto a Maggio 2019. “Per quanto riguarda lo screening mammografico, delle 20 Regioni che hanno compilato la «survey» quantitativa, solo 13 (65 per cento) hanno erogato mammografie di screening nel mese di maggio 2020, e tutte con volumi di attività nettamente inferiori a quelli dell'anno precedente. Solo 5 Regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Veneto e Valle D'Aosta) nel mese di maggio 2020 hanno eseguito almeno un numero pari al 20 per cento degli esami eseguiti nello stesso mese del 2019.

Il numero di test mammografici eseguiti in meno rispetto al 2019 è complessivamente 472.389, con una riduzione del 53,8 per cento. Ci sono oscillazioni fra le Regioni, ma solo una Regione (Toscana) alla fine del maggio 2020 ha accumulato un ritardo vicino al 40 per cento, mentre le altre Regioni hanno ritardi superiori”.

ll numero di test mammografici eseguiti in meno rispetto al 2019 è complessivamente 472.389 con una riduzione del 53,8%, 585.287 (54,9%) in meno per lo screening colorettale e 371.273 (55,3%) per quelli cervicali. La sottosegretaria ha voluto puntualizzare che “i dati si riferiscono agli esami effettivamente eseguiti e non agli inviti fatti”.  

L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) aveva già lanciato l’allarme qualche mese fa. Nei primi 5 mesi del 2020, in Italia, sono stati eseguiti circa un milione e quattrocentomila esami di screening in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Ritardi che si traducono in una netta riduzione non solo delle nuove diagnosi di tumore della mammella (2.099 in meno) e del colon-retto (611 in meno), ma anche delle lesioni che possono essere una spia di quest’ultima neoplasia (quasi 4.000 adenomi del colon-retto non diagnosticati) o del cancro della cervice uterina (circa 1.670 lesioni CIN 2 o più gravi non diagnosticate). Queste neoplasie non sono scomparse, ma saranno individuate in fase più avanzata, con conseguenti minori probabilità di guarigione e necessità di maggiori risorse per le cure.  

Questi dati avranno un impatto sicuramente negativo nel prossimo futuro e bisognerà porre subito rimedio. L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) ha indicato tre pilastri su cui bisogna intervenire per garantire le cure migliori a tutti i cittadini colpiti da neoplasia in questo momento: ricerca, accessibilità e organizzazione. 

“Il Covid-19 ha dimostrato quanto sia necessario rendere subito operative le Reti oncologiche regionali in tutto il territorio” ha affermato Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM e Responsabile Oncologia Medica Humanitas Gavazzeni di Bergamo. “La continuità di cura è stata garantita ai livelli più alti proprio nelle Regioni dotate di Reti, perché l’accesso ai trattamenti è possibile anche nelle sedi periferiche sulla base di indicazioni condivise, limitando così gli spostamenti dei malati. Oggi le Reti sono attive in Piemonte e Valle D’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Provincia autonoma di Trento, Puglia e Campania oltre che in Lombardia ed Emilia-Romagna, pur se con configurazioni differenti. E troppi malati sono costretti a cambiare Regione per curarsi”. 

“Servono criteri uniformi per rendere operative le Reti”, continua il Presidente Beretta, “agendo in quattro direzioni: riduzione delle migrazioni sanitarie, accesso all’innovazione, punti di ingresso nella rete riconosciuti e vicino al domicilio del paziente, integrazione con la medicina del territorio. Quest’ultimo punto è quello risultato più deficitario durante la prima ondata della pandemia, perché troppi pazienti non sono più andati in ospedale per paura del contagio. Al tempo stesso, però, non sono stati assistiti adeguatamente a livello territoriale. In questi mesi, è stato perso tempo prezioso e non vi sono stati significativi passi in avanti per migliorare l’integrazione fra ospedale e territorio. Le Reti consentono il coinvolgimento dei servizi territoriali, anche nei programmi di prevenzione primaria e di screening, che in alcune Regioni sono ancora bloccati perché il personale che dovrebbe far partire gli inviti è impegnato nell’emergenza Covid. Siamo di fronte a ritardi preoccupanti, perché possono determinare diagnosi in fase più avanzata nei prossimi mesi”.  

In Italia, nel 2020, sono stimati 377mila nuovi casi di tumore e sono in costante miglioramento i tassi di sopravvivenza a cinque anni. Negli uomini si è passati dal 39% (1990-94) al 54% (2005-2009), nelle donne dal 55% al 63%. “Il merito di questi indubbi successi va ricercato in terapie sempre più efficaci”, ha sottolineato il Presidente Beretta. “Immuno-oncologia e terapie mirate sono armi utilizzate nella pratica clinica quotidiana, che hanno migliorato in maniera sensibile la sopravvivenza a lungo termine in alcuni tumori in fase metastatica come quelli della mammella, polmone, colon-retto, rene e melanoma. In prospettiva, vanno individuati nuovi marcatori predittivi di risposta alle terapie mirate e l’immuno-oncologia dovrà essere sempre più personalizzata, definendo in anticipo i pazienti candidabili con successo a questo approccio. E sono fondamentali sia gli studi sulle combinazioni con l’immuno-oncologia che quelli sulle migliori sequenze di terapie. Tuttavia restano ancora alcune patologie, come il cancro del pancreas, che presentano sopravvivenze insufficienti a 5 anni. Gli sforzi della ricerca medico-scientifica devono andare in questa direzione”. 

“Anche gli studi clinici sono stati ostacolati dal Covid-19, rallentando, se non addirittura fermando in alcuni casi l’arruolamento dei pazienti”, conclude Giordano Beretta. “La ricerca oncologica va, quindi, rilanciata e deve proseguire, anche in questa fase delicata di emergenza sanitaria. Da anni, inoltre, stiamo assistendo al problema di accessibilità alle nuove terapie, non sempre disponibili in tutto il territorio in maniera uniforme. Vi sono situazioni in cui l’accesso ad un farmaco è possibile per pazienti di una Regione ma non per quelli di una Regione contigua. Oggi in Italia, accanto al servizio sanitario nazionale, convivono 19 Regioni e 2 Province autonome, che presiedono altrettanti comitati che valutano il recepimento del farmaco nelle strutture sanitarie del loro territorio. Nella maggior parte delle Regioni è presente un prontuario terapeutico regionale vincolante. Per ridurre le differenze nell’accesso ai farmaci, devono essere superati i prontuari terapeutici regionali, che aggiungono uno step nell’iter, già di base lungo, di approvazione e recepimento del nuovo farmaco, prima che quest’ultimo sia realmente disponibile per il paziente”.  

Simon Basten

Fonti: Camera dei Deputati, Medinews (1), Medinews (2)