Fattori associati alla risposta del carcinoma a cellule di Merkel agli immunoterapici

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Fattori associati alla risposta del carcinoma a cellule di Merkel agli immunoterapici

Un gruppo di specialisti tedeschi ha eseguito uno studio per individuare i fattori correlati alla risposta del carcinoma a cellule di Merkel al trattamento con farmaci immunoterapici. I risultati hanno indicato che l’assenza di immunosoppressione, un numero limitato di organi interessati dalla neoplasia e una predominanza di linfociti T CD8+ sono associati a una maggiore probabilità di risposta agli immunoterapici.

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Il carcinoma a cellule di Merkel, con i suoi meccanismi di carcinogenesi indotti dall’infezione virale o dai raggi ultravioletti, è un tumore della pelle altamente immunogenico. Per questo motivo esso compare sia in persone con una ridotta funzione del sistema immunitario, sia a seguito di meccanismi che permettono alla neoplasia di sfuggire alla risposta di un sistema immunitario efficiente. Sulla base di queste premesse, si può comprendere come mai il carcinoma a cellule di Merkel in fase avanzata possa essere efficacemente controllato in molti casi dai farmaci denominati Immune Checkpoint Inhibitor, ma anche perché, in una discreta percentuale di soggetti, tali prodotti non risultino altrettanto efficaci. Secondo Spassova e colleghi mancavano biomarcatori in grado di far prevedere la risposta al trattamento. Per questo motivo hanno eseguito uno studio, al quale hanno partecipato diversi Centri tedeschi, che ha avuto l’obiettivo di individuare caratteristiche cliniche e molecolari, del carcinoma a cellule di Merkel, che fossero associate alla risposta alle cure. In 114 soggetti, con una forma del tumore non asportabile chirurgicamente è stata valutata la “migliore risposta complessiva”. In un sottogruppo di tale casistica, prima di iniziare la terapia, sono state studiate: l’attivazione, la differenziazione e la distribuzione dei linfociti che infiltravano il tumore. In 74 dei 114 casi (65%), con la somministrazione degli Immune Checkpoint Inhibitor si è ottenuto un controllo della malattia, inteso come risposta completa/risposta parziale/malattia stabile. Applicando specifici metodi statistici, si è rilevato che l’assenza di immunosoppressione  prima della cura era il fattore più strettamente associato alla risposta alla cura. Stato fisico generale non compromesso, età avanzata, concentrazioni elevate nel sangue di lattato deidrogenasi e livelli normali di proteina C reattiva hanno mostrato una relazione moderata con l’ottenimento del controllo della malattia. Le analisi relative ai linfociti hanno dimostrato che una predominanza dei linfociti T CD8+ effettori e di quelli di memoria centrale individuati in prossimità del tumore si è associata a una buona probabilità di risposta.

Nelle conclusioni gli autori hanno evidenziato che, nelle persone che prima del trattamento avevano assenza di immunosoppressione, un numero limitato di organi interessati dalla neoplasia e una predominanza di linfociti CD8+ di memoria centrale localizzati vicino alla lesione si è osservata una maggiore probabilità di risposta agli Immune Checkpoint Inhibitor.    

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