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Rischio cardiovascolare nei sopravvissuti al cancro

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Rischio cardiovascolare nei sopravvissuti al cancro

Un gruppo di ricercatori britannici ha valutato il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari in persone sopravvissute a tumori. Si è rilevato che, in particolare per i sopravvissuti ad alcune neoplasie, aumenta il rischio cardiovascolare a medio o a lungo termine.

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Negli ultimi decenni i progressi nella cura del cancro hanno aumentato in maniera significativa la sopravvivenza a questa malattia, ma alcune evidenze suggerirebbero che in questi soggetti, aumenti il rischio cardiovascolare a lungo termine. D’altra parte, i dati disponibili sono limitati e non permettono di formulate specifiche raccomandazioni in relazione al tipo di tumore del quale si è ottenuta la guarigione. Strongman e colleghi hanno eseguito una ricerca su ampia scala utilizzando diversi archivi di dati della Gran Bretagna. In particolare, hanno incrociato informazioni raccolte in: assistenza sanitaria di base, ospedali e registri del cancro. Sono stati identificati soggetti sopravvissuti ai 20 tipi di tumore più comuni, di età superiore o uguale a 18 anni e che erano in vita 12 mesi dopo la diagnosi di cancro e con controlli che confermavano l’assenza della malattia. Questa casistica è stata confrontata con un’altra di persone comparabili per caratteristiche demografiche, ma non affette da neoplasia. Con metodi statistici specifici si è valutato il rischio di presentare malattie cardiovascolari in relazione alla sopravvivenza al tumore. Fra il 1 gennaio 1990 e il 31 dicembre 2015 sono stati individuati 126.120 casi di sopravvissuti a tumori, secondo i criteri sopradescritti. La popolazione di confronto è stata di 630.144. A seguito di opportune verifiche, sono stati inclusi nell’analisi 108.215 soggetti del primo gruppo e 523.541 del secondo. Il rischio di trombosi ed embolie delle vene è risultato elevato nei sopravvissuti a 18 tipi di neoplasia, su 20, con rapporti di rischio che sono variati da 1.72 (intervallo di confidenza al 95% 1.57-1.89) per il cancro della prostata a 9.72 (intervallo di confidenza al 95% 5.50-17.18) per quello del pancreas. Il rischio è diminuito nel tempo, ma è rimasto elevato, rispetto alla popolazione generale, per più di 5 anni. Il rischio di insufficienza cardiaca o cardiomiopatia era aumentato per i sopravvissuti a 10 dei 20 tumori, compresi:

  • tumori del sangue, con rapporti di rischio corretti: di 1.94 per il linfoma non-Hodgkin (intervallo di confidenza al 95% 1.66-2.25); di 1.77 per la leucemia (intervallo di confidenza al 95% 1.50-2.09); di 3,.29 per il mieloma multiplo (intervallo di confidenza 95% 2.59-4.18)
  • cancro dell’esofago, con rapporto di rischio corretto di 1.96 (intervallo di confidenza al 95% 1.46-2.64)
  • tumore del polmone, con rapporto di rischio corretto di 1.82 (intervallo di confidenza al 95% 1.57-2.17)
  • cancro del rene, con rapporto di rischio corretto di 1.73 (intervallo di confidenza al 95% 1.38-2.17)
  • cancro dell’ovaio, con rapporto di rischio corretto di 1.59 (intervallo di confidenza al 95% 1.19-2.12).

Per diversi tumori, compresi quelli del sangue, si è anche osservato un rischio aumentato di aritmie, infiammazioni del pericardio, malattia coronarica, ictus e alterazioni delle valvole del cuore. Il rapporto di rischio per insufficienza cardiaca, cardiomiopatia e tromboembolismi delle vene è stato più elevato per i malati senza una storia precedente di malattie cardiovascolari e in quelli più giovani. In generale, l’eccesso di rischio assoluto è invece aumentato con l’età. Infine l’incremento dei rischi di sviluppare queste condizioni è apparso associato all’assunzione di chemioterapici.

Nelle conclusioni gli autori hanno evidenziato che i sopravvissuti alla maggior parte dei tumori più comuni hanno un rischio aumentato, a medio e a lungo termine di sviluppare una o più malattie cardiovascolari, rispetto alla popolazione generale.           

Tommaso Sacco

Fonte: Medium and long-term risks of specific cardiovascular diseases in survivors of 20 adult cancers: a population-based cohort study using multiple linked UK electronic health records databases; Lancet 2019; 394: 1041–54.