L’importanza della multidisciplinarietà nei tumori testa-collo

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L’importanza della multidisciplinarietà nei tumori testa-collo

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


I tumori del distretto cervico-facciale sono un gruppo eterogeneo di neoplasie che possono originare sia dalle cellule squamose che rivestono i tessuti del tratto aereo-digestivo superiore (faringe, laringe e cavo orale) sia dalle cavità nasali e dai seni paranasali. Pertanto il 90% di essi è rappresentato da carcinomi squamosi, mentre il restante 10% da sarcomi, linfomi, melanomi e da tumori con diversa istologia [1].

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Nell’ambito delle sedi che costituiscono il distretto testa-collo, la laringe è quella più frequentemente colpita, seguita dalle neoplasie del cavo orale e della faringe.

In Italia ogni anno si diagnosticano circa 10.000 nuovi casi di tumori del distretto testa-collo e il tasso di incidenza è di 18-19 casi per 100.000 abitanti l’anno. Gli uomini hanno un rischio maggiore rispetto alle donne di sviluppare i tumori del distretto cervico-facciale, di fatto essi rappresentano circa il 10-12% di tutti i tumori maligni nel sesso maschile e il 4-5% nel sesso femminile. La fascia di età maggiormente interessata è quella tra i 50 e i 70 anni e l’incidenza aumenta con l’età, con circa il 24% dei casi diagnosticati in soggetti di età superiore ai 70 anni. Fanno eccezione le neoplasie della tiroide, delle ghiandole salivari e dei sarcomi, la cui incidenza è maggiore in età più precoce [2]. Attualmente, si è comunque riscontrato un aumento di incidenza dei tumori testa-collo anche tra le persone più giovani, correlato verosimilmente all’infezione da papilloma virus umano, specie per le neoplasie dell’orofaringe.

A ogni modo, i notevoli progressi effettuati nel corso degli anni in campo chirurgico, radioterapico e oncologico hanno portato a un importante incremento in sopravvivenza globale per questi pazienti, con tassi di sopravvivenza media a 5 anni dalla prima diagnosi pari a circa il 57% e con percentuali di guarigione che oscillano dal 75% al 100% per le neoplasie individuate agli stadi iniziali e senza coinvolgimento linfonodale.

Sebbene l’incidenza sia abbastanza bassa rispetto agli altri tumori (costituiscono infatti circa il 3% di tutte le neoplasie maligne), il cancro del distretto cervico-facciale rappresenta una patologia di “nicchia”, rilevante sia dal punto di vista clinico sia da quello sociale, a causa delle funzioni degli organi interessati che possono essere compromesse dalla neoplasia stessa: linguaggio, deglutizione, voce e respirazione. A ciò si aggiunge che ogni sede anatomica di questo distretto ha peculiarità diagnostiche e terapeutiche specifiche, a cui segue un’elevata variabilità nell’approccio diagnostico, nella scelta dei trattamenti e nelle modalità e nei tempi di gestione del paziente.

Alla luce di ciò, è facilmente intuibile come, specie in questa patologia, è di fondamentale importanza un’adeguata pianificazione del percorso diagnostico-terapeutico attraverso il coinvolgimento di molteplici e variegate professionalità mediche che cooperano tra loro.

Pertanto, proprio nei tumori del distretto cervico-facciale, il termine “multidisciplinarietà” rappresenta una prerogativa necessaria per una corretta programmazione dell’iter terapeutico.

Multidisciplinarietà in oncologia

Da sempre e per molti decenni, l’approccio ai tumori non ha mai avuto una visione “unitaria”. Di fatto, professionalità come la chirurgia, la radioterapia, l’anatomia patologica, la diagnostica per immagini e le cure palliative, spesso territoriali, hanno seguito percorsi paralleli senza quasi mai incontrarsi o trovando difficilmente punti d’incontro.

Che il “lavoro di squadra” in campo oncologico rappresenti una strategia vincente nel garantire una gestione condivisa e contemporanea del paziente neoplastico è noto già da diversi anni in letteratura moderna, soprattutto in seguito alla pubblicazione del lavoro dell’indagine Eurocare [3], che sottolineava la maggiore efficacia della condivisione multidisciplinare in termini di salute per il paziente rispetto alla gestione “sequenziale” dello stesso.

La presa in carico del paziente da parte di un team multidisciplinare consente, infatti, una più semplice gestione del caso clinico, con conseguente velocizzazione delle scelte diagnostico-terapeutiche più appropriate e conseguente impatto positivo sulla sopravvivenza del paziente, legata anche a una più facile accessibilità alle terapie.

Pertanto, l’approccio multidisciplinare è da considerarsi come uno standard di qualità delle cure in oncologia, dove le singole professionalità coinvolte si completano a vicenda, con il solo scopo di garantire una presa in carico del paziente a 360°, evitando di prolungare oltremodo i tempi delle decisioni terapeutiche più opportune da adottare [4,5].

Nell’attività del team multidisciplinare, costituito da un gruppo di professionisti preparato e spesso rappresentato dallo stesso personale medico che agisce tramite linee guida condivise, la centralità del paziente rappresenta il cardine su cui si basano tutte le discussioni cliniche.

Il Gruppo Multidisciplinare, infatti, si struttura mediante incontri di più specialisti dedicati a una specifica patologia oncologica che si confrontano e contribuiscono in modo indipendente alle decisioni diagnostiche e terapeutiche che riguardano il paziente stesso, garantendo cure specialistiche, prestazioni di qualità e applicazione dei percorsi diagnostico-terapeutici (PDTA). Il PDTA viene proposto, infatti, come strumento organizzativo di riferimento per guidare il lavoro del personale sanitario,fornendo indicazioni utili nella pianificazione delle fasi di presa in carico del paziente, dal momento della diagnosi al follow-up.

In tal modo, il vantaggio principale della condivisione multidisciplinare è rappresentato proprio dalla possibilità per il paziente oncologico di essere seguito dall’inizio alla fine del suo percorso di diagnosi e cura, evitando l’incombenza di consultare in successione diversi professionisti, che non comunicano tra loro, non parlano lo stesso linguaggio, non si coordinano e dove spesso è lo stesso paziente a doversi fare portavoce di informazioni mediche.

In aggiunta, oltre ad avere una visione strategica importante per i vari snodi decisionali, la condivisione multidisciplinare evita i lunghi tempi di attesa legati alla frammentazione del percorso diagnostico-terapeutico e consente anche di indirizzare il paziente ai Centri di eccellenza specifici per patologia oncologica e, se necessario, di essere convogliati sulla medicina territoriale.

Multidisciplinarietà nei tumori testa-collo

In questo contesto, i tumori della testa e del collo meritano alcune considerazioni specifiche, sia perché coinvolgono pazienti tra loro molto eterogenei e spesso socialmente complessi, verso i quali il singolo medico fatica a far fronte a tutte le necessità, sia perché i progressi effettuati in campo diagnostico, chirurgico e terapeutico non si sono tradotti in veri e propri vantaggi in termini di sopravvivenza per il paziente, specie per i tumori in stadio non iniziale [6].

Inoltre, i pazienti con neoplasia del distretto cervico-facciale sono spesso classificati come persone dal profilo “complesso” sia sul piano dell’informazione e comunicazione sia per la condivisione delle decisioni cliniche, essendo il più delle volte appartenenti a classi socioeconomiche svantaggiate e quindi dotati di insufficienti strumenti culturali, e frequentemente anche senza caregiver.

Caregiver è un termine di origine anglosassone che significa “colui che si prende cura” e si riferisce a tutti i familiari, amici e persone che assistono la persona malata o non autosufficiente. L’attività di assistenza familiare, oltre a soddisfare i bisogni della persona non in grado di badare completamente a se stessa, si esplica anche, e talvolta soprattutto, attraverso lo svolgersi di pratiche di carattere amministrativo, attraverso l’accompagnamento del paziente a visite mediche specialistiche o semplicemente mediante l’acquisto di farmaci prescritti dai sanitari [7].

Alla luce di queste difficoltà, nei tumori testa-collo l’approccio multidisciplinare diventa un’arma imprescindibile per combattere la neoplasia, in particolare se si considerano sia la complessità delle opzioni terapeutiche, che talvolta richiede un approccio multimodale, sia la disponibilità dei trattamenti attuabili che spesso presentano un’uguale efficacia in termini di risposte e sopravvivenza con, contestualmente, scarso impatto sulla storia naturale della malattia neoplastica stessa.

Altra criticità riscontrata nel paziente con tumore del distretto testa-collo è legata proprio alla fragilità del paziente che, il più delle volte, preferisce affidarsi a un unico professionista, piuttosto che a un gruppo di persone, con le quali, sebbene affiatato e coordinato, non sempre riesce a instaurare la giusta intesa.

Proprio per la complessità legata alla molteplicità delle sedi interessate dalla neoplasia, all’area anatomica colpita estremamente importante per tutte le funzioni vitali, al decorso clinico e diagnostico-terapeutico, questi tumori rappresentano uno degli ambiti più complessi dell’oncologia. Difatti, la multidisciplinarietà nell’ambito dei trattamenti integrati non chirurgici ha come obiettivo principale la preservazione d’organo, con lo scopo di salvaguardare l’anatomia e la funzionalità di organi indispensabili per l’alimentazione, la respirazione e la fonazione, riducendo al minimo l’impatto sulla vita sociale e sulla qualità di vita del paziente stesso, senza trascurare, inoltre, le problematiche di tipo riabilitativo e quelle annesse alla terapia del dolore che ne conseguono.

Proprio per questo, la collaborazione multidisciplinare, oltre a garantire un migliorament del percorso diagnostico terapeutico per il paziente, ha dimostrato anche di influenzare positivamente i risultati clinici per il paziente [8].

In sintesi, la possibilità di confronto tra varie figure professionali, con competenze oncologiche diversificate tra loro messe a disposizione del gruppo, consente di elaborare un adeguato piano di cura oncologica, allo stesso tempo personalizzato e in grado di rispondere ai bisogni del paziente.

Bibliografia

  1. Linee guida Tumori della testa e del collo. Edizione 2019
  2. AIRTUM-AIOM. I numeri del cancro in Italia. Intermedia edizioni, 2021.
  3. Berrino F, Sant M, Verdecchia A, et al. Survival of cancer patients in Europe: the EUROCARE study. IARC Sci Publ 1995;132:1-463.
  4. ASCO-ESMO Consensus statement on quality cancer care. Ann Oncol 2006;17:1063-4.
  5. Tattersall MHN Multidisciplinary team meetings: where is the value? Lancet Oncol 2006;7:886-8.
  6. Westin T, Stalfors J. Tumor boards/multidisciplinary head and neck cancer meetings: are they of value to patients, treating staff or a political additional drain on healthcare resources? Curr Opin Otolaryngol Head Neck Surg 2008;16:103-7.
  7. Sterba KR, Zapka J, Cranos C, et al. Quality of life in head and neck cancer patient-caregiver dyads: a systematic review. Cancer Nurs 2016;39(3):238-50.
  8. De Felice F, Tombolini V, de Vincentiis M, et al. Multidisciplinary team in head and neck cancer: a management model. Med Oncol 2018 Nov 13;36(1):2.
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