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Come un genitore malato di cancro può comunicare con i figli

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Come un genitore malato di cancro può comunicare con i figli

Una sessione del XXI Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) svoltosi a Roma dal 25-27 ottobre 2019 è stata dedicata alla comunicazione fra genitori affetti da neoplasie e figli.

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L’AIOM ha sempre dedicato una grande attenzione ai problemi relativi alla comunicazione sul cancro fra gli operatori sanitari e i malati, dedicando all’argomento anche corsi per gli operatori sanitari. Nell’edizione 2019 del suo Congresso ha inserito una sessione intitolata “Comunicare le cattive notizie al paziente oncologico, genitore di figli minori”, nella quale si è parlato delle problematiche che si creano quando un genitore che ha un tumore, si trova a dover comunicare ai figli tale informazione. Nella prima relazione Paolo Gritti (Professore Associato di Psichiatria dell’Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli" di Napoli e Presidente presso Società Italiana di Psico-Oncologia) ha spiegato che una malattia grave o una condizione cronica costituiscono un’esperienza che scuote profondamente le strutture della vita quotidiana e le forme di conoscenza che le persone hanno. Il più delle volte, trovandosi in questa condizione, si prende coscienza del dolore, della sofferenza e della morte che, prima di ricevere la diagnosi di una malattia grave, si ritenevano lontani e riguardanti solo “gli altri”. Anche le relazioni con il prossimo, sia quelle dirette che quelle mediate dalle reti sociali, cambiano e mettono a nudo i loro limiti. Fra i problemi di relazione che crea una malattia come il cancro c’è quello del rapporto con i figli. Riguardo in particolare alle madri, il relatore ha spiegato che una diagnosi di tumore cambia il ruolo e l’identità, i rapporti e le preoccupazioni per i figli e crea la necessità di dare un nuovo significato alla loro vita. Nei contesti sanitari più evoluti, questi problemi vengono affrontati con strumenti specifici, che hanno l’obiettivo di supportare la fiducia in sé stessi dei genitori, di limitare i problemi psicologici e di facilitare il funzionamento delle famiglie. Tali approcci hanno dimostrato di ridurre le ripercussioni psicologiche che possono avere i figli dei malati di cancro. Infatti Paolo Gritti ha mostrato le evidenze raccolte in alcuni studi nei quali si è osservato che la diagnosi di cancro dei genitori ha un impatto importante sui figli e che i problemi maggiori si sono rilevati quando questi sono adolescenti. Un aspetto dibattuto è quello su cosa e su quanto un genitore dovrebbe comunicare ai figli riguardo sua propria malattia. Secondo i dati di una ricerca eseguita in Francia, il 50% dei soggetti interrogati ha dichiarato che un genitore dovrebbe dire la verità in qualsiasi situazione, il 30% che la comunicazione dovrebbe essere adattata all’età del figlio e al livello di preoccupazione e il 20% ha affermato che la verità non dovrebbe mai essere detta. Nella seconda relazione Maria Vittoria Pacchiana (Psicologa clinica, Psicoterapeuta, Psiconcologa presso AOU San Luigi Gonzaga di Torino) ha spiegato anche le cause della mancanza di comunicazione fra i genitori malati di cancro e i figli. Spesso i genitori non si rendono conto delle difficoltà che vivono i figli, temono di abbattersi di fronte a loro, si sentono in colpa per non essere in grado, a causa della malattia, di svolgere il loro ruolo di genitori e, in generale, fanno fatica a comprendere il modo in cui i figli vivono la loro malattia. D’altra parte, il non comunicare ha delle conseguenze. Si crea una paura di solitudine, i figli elaborano speranze e tabù fuorvianti e spesso il disorientamento si ripercuote sul loro rendimento scolastico, innescando circoli viziosi. Al contrario, una comunicazione adeguata fra genitori e figli può ridimensionare paure e fantasie, stimolare il coinvolgimento e alimentare la fiducia reciproca. Con queste premesse, ci può essere una riduzione delle sofferenze, una maggiore sicurezza e si sviluppa la resilienza. La relatrice ha definito alcune delle caratteristiche che dovrebbe avere una corretta comunicazione. Essa dovrebbe essere graduale, ma diretta, realistica e onesta, ammettendo anche di “non sapere”. La comunicazione dovrebbe essere anche spontanea, stimolante, dovrebbe riportare le nuove informazioni acquisite ed essere focalizzata sugli aspetti più importanti della situazione che si sta vivendo. Nelle conclusioni, Maria Vittoria Pacchiana ha spiegato che un genitore può non sentirsi capace di parlare con i figli della propria malattia o di quella dell’altro genitore e per questo è necessario che venga aiutato da “alleati” che può trovare intorno a sé e anche dagli operatori sanitari che lo seguono. Ciò comporta, secondo la relatrice, che anche il medico debba essere attrezzato per parlare del tumore, non solo al malato che sta assistendo, ma anche ai suoi figli.        

Tommaso Sacco