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Criteri di scelta della terapia adiuvante per cancro del colon-retto in stadio III

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Criteri di scelta della terapia adiuvante per cancro del colon-retto in stadio III

Il sito della Fondazione Cesare Serono ha già pubblicato tre aggiornamenti dedicati ad argomenti trattati al Congresso dell’Associazione Italiana dei Medici Oncologi (AIOM). Essi hanno riguardato: il tumore a cellule di Merkel, la prevenzione del cancro, e la gravidanza e la preservazione della fertilità in oncologia.   Quest’ultimo aggiornamento riguarda la sessione nella quale si è discusso dei criteri di scelta della terapia adiuvante per il cancro del colon-retto in stadio III.

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Una delle ultime sessioni del Congresso dell’AIOM è stata dedicata ai criteri di scelta della terapia adiuvante del cancro del colon-retto in stadio III. Il trattamento adiuvante è quello che si somministra dopo la rimozione chirurgica di un tumore o l’esecuzione di una radioterapia con l’obiettivo di eliminare cellule tumorali rimaste nell’organismo. Il tumore del colon-retto si definisce in stadio III se ha coinvolto anche uno o più linfonodi localizzati vicino all’intestino. La sessione è stata organizzata mettendo inizialmente a confronto due oncologi che hanno sostenuto due tesi opposte riguardo alla preferenza per una durata di tre mesi, rispetto a quella finora raccomandata di sei mesi per la terapia adiuvante. Alberto Sobrero, Direttore dell’Oncologia medica 1 dell’Ospedale San Martino di Genova, è lo specialista che ha spiegato i pro della durata di tre mesi, mentre Fotios Loupakis, dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova, ha illustrato i vantaggi della terapia protratta a sei mesi. I due esperti hanno proposto, a sostegno delle rispettive tesi, dati raccolti in studi clinici su ampie casistiche, facendo riferimento sia all’efficacia riscontrata, che alla frequenza di effetti indesiderati registrati nelle diverse ricerche. La presentazione di tutti i maggiori studi eseguiti su questo specifico aspetto ha dimostrato come esistano tanti aspetti da considerare nell’interpretazione degli esiti degli studi e l’impressione, al termine delle due relazioni, è stata che, nella scelta della cura, i risultati delle ricerche cliniche vadano sì tenuti nella giusta considerazione, ma che ci sia un altro fattore molto rilevante da non tralasciare: il profilo del singolo malato, in termini di gravità degli effetti indesiderati che provocano le cure e della sua capacità di tollerarli. Illuminante, a questo proposito, è stata l’ultima relazione della sessione, quella di Francesco Perrone, Oncologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Napoli, che aveva il compito di spiegare come lo statistico medico dovrebbe comunicare con il malato. D’altra parte, già nell’introduzione della propria presentazione, Francesco Perrone ha segnalato che i due relatori che lo avevano preceduto erano, a suo parere, più in accordo di quanto avessero lasciato intendere e che lui stesso era d’accordo con loro su un punto chiave: nella scelta finale va applicato il buon senso, nella pratica clinica altrettanto importante, se non di più, della statistica. Il buon senso va applicato, innanzitutto, nel comunicare con il malato. Francesco Perrone ha raccontato che, parlando con una persona con un cancro del colon-retto in stadio III nella quale sia indicata una terapia adiuvante, le spiega che ha un rischio dell’X-Y% che si ripresenti il tumore e che tale rischio può essere diminuito di un x-y% assumendo la chemioterapia adiuvante. Il relatore ha sottolineato di non usare mai un unico valore, nel riportare questi dati al malato, ma piuttosto di proporgli intervalli di valori, proprio perché è impossibile sintetizzare gli esiti di tante ricerche in un solo numero. Se il soggetto accetta di procedere con la terapia adiuvante, gli propone comunque di fare un punto della situazione dopo tre mesi. In occasione di questa verifica se il malato gli dice “non continuo neanche se mi manda i carabinieri a casa…sono a pezzi”, Francesco Perrone ha riferito che lo tranquillizza spiegandogli che i vantaggi che perde fermandosi a tre mesi di cura non sono poi tanto grandi. Se invece il suo assistito gli riferisce che ha tollerato bene il trattamento e si dice disponibile a proseguirlo per altri tre mesi, lo asseconda, chiarendo che il guadagno, in termini di efficacia terapeutica, non è tanto grande, ma vale la pena di cercarlo, visto che ha tollerato bene la terapia. Francesco Perrone ha raccontato anche che, differentemente da altri specialisti, non fa vedere ai suoi assistiti i grafici che illustrano l’effetto delle cure sulla sopravvivenza, non parla loro di variabili statistiche, non spiega loro concetti come la “non inferiorità” di una cura rispetto all’altra e non fornisce loro dettagli sulle analisi statistiche eseguite nelle diverse ricerche. Ciò nonostante, applicando il buon senso e tenendo in considerazione la disponibilità del malato ad affrontare le cure “va a dormire tranquillo, perché è certo di non averlo deluso, e pensa di avere fatto il massimo possibile per aiutarlo”.

È importante, per le persone affette da tumori, sapere che gli specialisti che li hanno in cura conoscono bene i risultati delle ricerche, ma, nel prendere la decisione circa l’impostazione e il prolungamento di una cura, tengono nella massima considerazione il pensiero e le preferenze del malato.

Tommaso Sacco