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Dal Congresso dell’AIOM: buone notizie, sull’oncologia e sugli oncologi

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Dal Congresso dell’AIOM: buone notizie, sull’oncologia e sugli oncologi

Dal 28 al 30 ottobre si è svolto, a Roma, il Congresso dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM). Evidenti i progressi nelle cure dei tumori, in continuo miglioramento i risultati e, soprattutto, grande attenzione degli specialisti alle aspettative dei malati. In questo e nei prossimi aggiornamenti, verranno riportate alcune fra le novità emerse.

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Anche questa edizione del Congresso dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) è stata l’occasione per prendere atto dei continui miglioramenti dei risultati della cura del cancro. Nelle tre giornate di lavori si è parlato di tutte le neoplasie, dando spazio maggiore alle forme più diffuse di tumore. Ad esempio, un’intera sessione, più alcune altre relazioni, è stata dedicata al cancro del colon e del retto. La sessione principale si è aperta con la presentazione dell’aggiornamento delle Linee Guida pubblicate dall’AIOM, che forniscono indicazioni sulla gestione dei tumori, a cominciare da prevenzione, screening e diagnosi precoce, per finire con le varie linee di terapia. Stefania Sciallero, oncologa dell’Ospedale San Martino di Genova, ha poi passato in rivista le attuali conoscenze sulle forme di cancro del colon e del retto che si trasmettono per via genetica, come la Sindrome di Lynch. Ha ribadito l’importanza dell’individuazione precoce di questi casi e l’applicazione di accurati protocolli di monitoraggio che minimizzino lo sviluppo di lesioni difficili da trattare. Filippo Pietrantonio, dell’Istituto dei Tumori di Milano, si è occupato del rapporto fra tumori e sistema immunitario e degli effetti che questa interazione ha sulla risposta alla terapia adiuvante. In particolare, ha spiegato perché il livello di instabilità dei microsatelliti è oggi considerato una caratteristica del tumore che fa prevedere quanto esso risponderà al trattamento adiuvante. Cercando di semplificare al massimo l’argomento, i microsatelliti sono particolari porzioni del DNA nei quali si verificano mutazioni con frequenza particolarmente elevata. Tali modificazioni del DNA possono essere riparate, o meno, con appositi meccanismi molecolari. In base al bilancio fra intensità dei processi di mutazione ed efficienza delle riparazioni, i microsatelliti si definiscono stabili (se prevalgono le riparazioni) o instabili (se prevalgono i fenomeni di mutazione). I tumori del colon e del retto, come anche quelli di altri organi e tessuti, possono avere microsatelliti stabili o instabili. I più instabili si definiscono anche “ipermutati”, proprio per la prevalenza delle mutazioni dei microsatelliti, e stimolano in maniera molto intensa la risposta immunitaria contro il tumore. Questo dovrebbe rendere più efficace la difesa dell’organismo dal tumore. Invece, le lesioni con microsatelliti instabili producono mediatori e altre molecole che permettono loro di “sfuggire” allo stesso attacco del sistema immunitario che esse intensamente stimolano. L’interazione di tutti questi meccanismi di difesa e di attacco si riflette sulla efficacia del trattamento adiuvante, in modo diverso a seconda dei farmaci che vengono impiegati. Ad esempio, ha precisato il relatore, i tumori con instabilità dei microsatelliti (MSI) rispondono meno alla somministrazione del fluorouracile e di più all’irinotecan. Come si traducono queste informazioni nella pratica clinica? Inserendo la valutazione dell’instabilità dei microsatelliti fra le prove da eseguire, per personalizzare la cura, come si fa per la verifica della mutazione del gene RAS.

Nella stessa sessione c’è stato un dibattito nel quale due oncologi hanno sostenuto tesi opposte, riguardo la somministrazione di un trattamento adiuvante, nel cancro del colon-retto, dopo che è stata già eseguita una terapia neoadiuvante, cioè quella che si fa prima dell’asportazione chirurgica del tumore. Carlo Aschele (La Spezia) era lo specialista a favore della terapia adiuvante e quindi ne ha enfatizzato i vantaggi. Poi ha preso la parola Vincenzo Valentini, dell’Università Cattolica di Roma, che avrebbe dovuto sostenere la posizione “contro” l’impiego del trattamento adiuvante, ma che ha esordito così: “credo che la chemioterapia adiuvante salvi la vita dei malati…”, per poi  entrare in maggiori dettagli e spiegare che, fatta salva questa premessa, ci possono essere casi nei quali il quadro generale ne mette in dubbio la somministrazione.

Fra le molte relazioni interessanti di questa sessione, anche quella di Alberto Zaniboni, oncologo dell’Istituto Ospedaliero  Fondazione Poliambulanza di Brescia, che si è occupato della scelta del trattamento di prima linea del cancro del colon e del retto. Questo è un argomento molto importante perché diventa sempre più evidente che somministrare la cura giusta all’inizio pone le premesse per ottenere i risultati migliori. Il relatore ha premesso che è da tenere nella massima considerazione la maniera in cui ciascuna persona si confronta con la nuova situazione in cui si trova, dopo che è sta formulata la diagnosi di tumore. Diventare malato di cancro, per chi fino al giorno prima era convinto di essere sano, significa “…entrare in un mondo nuovo…” e ci sono tanti modi di reagire a questa novità. Secondo il relatore, questo è un aspetto di cruciale importanza, che non va dimenticato, in uno scenario, come quello della gestione dei tumori, apparentemente dominato dal “tecnicismo”. L’umanità del medico, quindi, è importante almeno quanto le sue conoscenze scientifiche. Fatta questa premessa, Alberto Zaniboni ha passato in rassegna i fattori che dovrebbero guidare la scelta dei farmaci da somministrare in prima linea. Tra l’altro, nel pianificare il trattamento di partenza, si devono già prevedere le strategie da applicare successivamente, in base al livello di risposta che si ottiene in prima istanza. Ad esempio, il cetuximab risulta più efficace, se prima non si è somministrato il bevacizumab. Insomma, tanta responsabilità per l’oncologo che deve prendere queste decisioni, ma anche grande soddisfazione a ogni successo raggiunto.

Un’altra relazione della sessione sul cancro del colon e del retto riguardava la terza linea di trattamento di un tumore, vale a dire quella cura che si prescrive in una persona nella quale il cancro si è ripresentato, dopo che le cure di prima e di seconda linea non hanno eliminato, o quantomeno fermato la malattia. Si tratta quindi di casi gravi, nei quali a volte, l’obiettivo che ci si può porre è il prolungamento di alcuni mesi della sopravvivenza. Il relatore, ha citato, quindi, un protocollo di cura costoso, che avrebbe dato quattro mesi di vita in più al malato. Per far capire su quali criteri si è basata la sua scelta, ha detto che somministrare una cura che, a fronte di un costo molto alto, produce un benefico relativamente contenuto faceva “sanguinare il suo cervello sociale, perché spendeva tanti soldi per un obiettivo minimo, ma faceva battere il suo cuore di medico, che gli diceva che stava facendo qualcosa di buono per quella persona. Qualsiasi malato di cancro penso che vorrebbe che a decidere le sue cure fosse un medico così.

Tommaso Sacco