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Congresso dell’AIOM: le abitudini di vita prima e dopo il cancro

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Congresso dell’AIOM: le abitudini di vita prima e dopo il cancro

Una sessione del congresso dell’Associazione Italiana dei Medici Oncologi (AIOM) ha passato in rivista la relazione fra abitudini di vita e cancro, in termini di prevenzione e di approcci che è necessario introdurre dopo che il tumore è guarito.

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Una delle prime sessioni del congresso dell’Associazione Italiana dei Medici Oncologi (AIOM) è stata dedicata a un argomento che interessa alle persone che voglio prevenire le neoplasie e a chi da un tumore è guarito: quali sono le abitudini di vita da adottare? Le prime due relazioni sono state dedicate, in particolare, alla prevenzione negli anziani. Si tratta di un argomento importante e, per certi versi, nuovo, rispetto alla prevenzione nelle precedenti età della vita, già da tempo proposta e praticata. Stefania Gori, Direttrice del reparto di Oncologia dell’Ospedale di Negrar (Verona) e Presidente dell’AIOM, ha parlato della prevenzione terziaria nelle persone che hanno avuto un cancro del colon-retto non metastatico e ne sono guarite. Non è detto che siano tutti anziani, questi soggetti, ma sicuramente molti lo sono, data la frequenza delle neoplasie più comuni nelle persone di oltre 60 anni. In ogni caso, si può mettere in atto una prevenzione “terziaria”, cioè mirata a prevenire la ricomparsa del tumore. L’assunzione di adeguate quantità di fibre contenute negli alimenti, lo svolgimento di una regolare attività fisica e il mantenimento di livelli contenuti di Indice di Massa Corporea sono approcci che hanno effetti positivi, in termini di prevenzione, seppure dimostrati con livelli diversi di evidenza diversi, ma raccomandazione principale è quella di non abbandonare le misure di prevenzione dopo i 65 anni. Maria Masocco, Responsabile Scientifico del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute (CNESPS) dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma, ha descritto il progetto PASSI, che consiste in una sorveglianza, applicata nell’ambito della Sanità Pubblica, che raccoglie informazioni sulla popolazione italiana di età compresa fra 18 e 69 anni, relativamente alle abitudini di vita e ai fattori di rischio di sviluppo di malattie croniche che a tali abitudini sono correlati. Il progetto indaga anche il grado di conoscenza e di adesione ai programmi di prevenzione applicati in Italia. La relatrice ha presentato alcuni dei dati raccolti dal progetto. Per quanto riguarda il fumo, rispetto a una frequenza di fumatori media stimata del 26%, sul totale della popolazione italiana della fascia di età considerata (18-69 anni), valori più alti si registrano nei soggetti più giovani (25-34 anni di età), nei maschi, nelle persone con un livello minore di istruzione e in quelle con difficoltà economiche. Inoltre, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo, Lazio, Campania e Sicilia hanno frequenze di fumatori al di sopra della media nazionale. Passando ai dati sul consumo di alcool a rischio, l’indagine PASSI considera appunto a rischio, non solo il bere abitualmente grandi quantità di bevande alcoliche, ma anche l’assumere saltuariamente, ma in un tempo breve (la serata di “sballo”), importanti quantità di alcool oppure, ancora, il bere abitualmente bevande alcooliche lontano dai pasti. Ad avere comportamenti di questo tipo è in media il 17% della popolazione valutata, ma, a questo proposito, il dato allarmante è quello che indica che nei giovani (18-24 anni di età) la frequenza dell’assunzione di quantità di alcool a rischio è addirittura doppia della media nazionale riferita a tutte le età: il 35%. Come per il fumo, sono gli uomini a bere di più, mentre il rapporto con i rapporti con il grado di istruzione e con la condizione sociale si invertono, perché il consumo di alcool a rischio si riscontra più spesso fra persone laureate o diplomate e senza difficoltà economiche. Infine, fra i soggetti di nazionalità diversa dall’italiana la prevalenza è pià bassa: 15%, rispetto al 17%. Infine, il consumo di alcool a rischio è molto più frequente in tutte le Regioni del Nord e, fra quelle del Centro-Sud, solo Marche, Umbria, Molise e Sardegna hanno questo primato. Interessanti anche le informazioni riguardanti le raccomandazioni a smettere di fumare o a bere meno che avevano ricevuto i soggetti intervistati. Solo al 51% dei fumatori era stato raccomandato, nei 12 mesi precedenti, di smettere di fumare e solo al 6% delle persone con un consumo di alcool a rischio era stato consigliato di bere meno. In particolare, avevano ricevuto tale consiglio il 12% di quelli che hanno dichiarato di consumare abitualmente grandi quantità di bevande alcooliche, ma solo il 4% delle persone, considerate altrettanto a rischio, erano abituate a bere fuori pasto. Tanti gli spunti di riflessione ispirati da questi dati. Uno è che le abitudini a rischio non dipendono solo dalla scarsa istruzione, né dal condizionamento psicologico negativo che crea la situazione sociale. Inoltre, in Regioni nelle quali la sanità funziona bene e si sviluppano importanti progetti di prevenzione, come l’Emilia Romagna, si registrano le frequenze più elevate di fumatori e bevitori. Infine, l’impegno dei medici e degli altri operatori sanitari nel raccomandare l’abbandono delle abitudini a rischio certamente non è incisivo. Le conclusioni che si trarre possonosono che nella correzione di queste abitudini non bisogna dare per scontato nulla e che medici e operatori sanitari devono essere educati e motivati a lavorare in questo ambito. Non meno interessante è stata l’ultima relazione di Gabriella Farina, Dirigente Medico Oncologo presso Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli Milano, dedicata alla “prevenzione dopo il cancro”. Sono stati passati in rivista i dati relativi all’effetto di diverse abitudini di vita sulla recidiva del cancro in chi a questa malattia è sopravvissuto, dalla dieta all’eccesso di peso, all’attività fisica. Anche a questo proposito, sono stati citati i dati del progetto PASSI dai quali sono emersi altri aspetti allarmanti delle abitudini di vita degli adulti (18-69 anni di età) italiani: solo il 10%, in media sul totale della popolazione, assume 5 porzioni giornaliere di frutta o verdura. Nei più giovani (18-24 anni) la percentuale è del 7%, dell’8% nei maschi, rispetto al 12% delle femmine, ma il dato forse più sorprendete è che, nelle Regioni del Centro-Sud, la frequenza del consumo adeguato di frutta e verdura è più basso della media nazionale e molto più basso di quelle delle Regioni del Nord, contraddicendo tutti i luoghi comuni sulla presunta diffusione della dieta mediterranea in queste aree d’Italia. Nelle conclusioni, la relatrice ha sottolineato che, anche nei sopravvissuti ai tumori, si registra una frequenza elevata di abitudini di vita che non hanno un effetto di prevenzione e, anzi, aumentano il rischio che quello stesso cancro si ripresenti o se ne sviluppi un altro. Abitudini che erano già presenti prima dello sviluppo della neoplasia alla quale sono sopravvissuti e che non hanno abbandonato dopo la sua guarigione. Inoltre, spesso, le abitudini poco sane sono più frequenti nei sopravvissuti al cancro, che nelle persone che non l’hanno mai avuto. Come a dire che neanche sopravvivere a una malattia mortale motiva molte persone a eliminare i fattori che l’hanno provocata. Un’evidenza che sorprende.

Tommaso Sacco