Fondazione Cesare Serono
FONDAZIONE CESARE SERONO

L'informazione è salute

Chi decide il valore dei mesi di vita di un malato di tumore?

Notizia |time pubblicato il
Chi decide il valore dei mesi di vita di un malato di tumore?

Il 16 novembre 2014 nell’inserto “Salute” del Corriere della Sera è stato pubblicato un lungo articolo dal titolo: “Quanto valgono tre mesi di vita?” Leggendolo si ha la sensazione che, nel decidere il trattamento di un tumore e di conseguenza la sopravvivenza della persona da curare, contino molti fattori, tranne il parere della persona stessa.

Potrebbe interessarti anche…

Nell’articolo si parla delle nuove cure per i tumori, quasi sempre costituite da farmaci innovativi, che fanno aumentare la spesa dei Sistemi Sanitari. Si propone come esempio la spesa media, per ciascun malato di cancro da trattare, che negli Stati Uniti era di 10.000 dollari nei primi anni 2000, per salire a 30-40.000 dollari dal 2005 al 2011 e arrivare nel 2012, in particolare per alcuni tipi di tumore, a più di 100.000 dollari l’anno. Tutto questo a fronte, in alcuni casi, di un aumento di sopravvivenza di “soli” tre o sei mesi di vita. E già su questo ci si potrebbe chiedere, chi decide che per un malato di cancro tre o sei mesi in più di vita sono pochi? E ancora, se i tre o sei mesi in più sono il dato ottenuto in uno studio clinico si tratterà quasi sempre di un valore medio, vale a dire che qualcuno con quella cura potrebbe avere vissuto anche un anno o un anno e mezzo in più. E quindi, chi dovrebbe privare una persona affetta da un tumore della possibilità di vivere un anno in più con i suoi cari, deliberando che il costo del trattamento è sproporzionato al risultato?

Nell’articolo si intervistano ricercatori, oncologi, responsabili delle istituzioni che decidono l’autorizzazione all’uso clinico dei nuovi farmaci e il loro rimborso e vari altri esperti. I pareri di alcuni di essi sono condivisibili. Ad esempio si precisa che più che focalizzarsi sul singolo prodotto che migliora la sopravvivenza di alcuni mesi, si dovrebbe considerare che, per alcuni tumori, il progresso continuo delle cure ha più che raddoppiato la sopravvivenza. Si cita anche l’esempio delle moderne terapie a bersaglio, che sono a volte costose, ma delle quali si ottimizza l’uso selezionando i soggetti da curare con esami dei geni che permettono di prevederne l’efficacia. Ma alla fine nell’articolo ricorre spesso il concetto che, sotto un certo livello di miglioramento della sopravvivenza, non si dovrebbero spendere i soldi del Sistema Sanitario Nazionale.

Ma quello che manca in questo lungo e documentato articolo è un dettaglio: il parere del malato. Non viene riportato ciò che pensa una persona malata di cancro dell’opportunità di spendere i soldi del Sistema Sanitario Nazionale per vivere tre, sei o dodici mesi in più. E sì che quei soldi sono anche i suoi, dato che, come cittadino, avrà versato per anni le tasse richieste dallo Stato. Ma a lei o a lui non è stato chiesto se vuole che le o gli vengano pagate le cure che gli permetteranno di stare alcuni mesi in più con i suoi cari. E’ vero che nella pagina successiva dell’inserto si riporta il parere di una dirigente dell’associazione dei malati di cancro, che ovviamente affronta l’argomento in termini molto diversi. Ma non è la stessa cosa.

Nell’insieme, l’impressione che si trae è che, in un’epoca in cui si parla tanto di interazione e di condivisione delle decisioni fra medici e malati, specie in presenza di patologie gravi, ci continui ad essere una netta separazione fra chi ragiona in termini di numeri, percentuali e bilanci economici e chi si aspetta di ricevere sempre la cura migliore e più efficace per la malattia dalla quale è affetto, ma in futuro potrebbe non averla.

Tommaso Sacco

Fonte: Corriere della Sera