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Gli Anticorpi Monoclonali

Gli anticorpi monoclonali si possono paragonare a dei proiettili "intelligenti" capaci di arrivare direttamente al bersaglio guidati dal loro stesso obiettivo che li attira per una sua specifica caratteristica, ad esempio una molecola che ne costituisce la struttura o un enzima. Il bersaglio è la cellula tumorale che viene danneggiata e distrutta dall'anticorpo monoclonale mentre i tessuti adiacenti sani restano intatti. Insieme ai "farmaci a piccole molecole" (small molecole drugs), gli anticorpi monoclonali fanno parte delle così dette terapie a bersaglio molecolare. Mentre le "piccole molecole" sono in grado di entrare all'interno della cellula tumorale e di colpire strutture e funzioni che si trovano all'interno di essa, la maggior parte degli anticorpi monoclonali non riesce a penetrare la membrana cellulare, ma è diretta contro bersagli esterni ad essa o sulla sua superficie.

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Gli anticorpi monoclonali stanno rivoluzionando la cura di un numero sempre crescente di tumori e di alcune altre gravi malattie. Molte molecole sono in fase di sperimentazione o di studio, ma una trentina di esse ha già  completato la fase sperimentale ed è stata introdotta in clinica. Questi nuovi farmaci stanno profondamente modificando la cura dei tumori della mammella, del polmone, del rene, del colon, del retto, dell'ovaio e delle leucemie.

Anticorpi monoclonali sono utilizzati anche nel trattamento di alcune infezioni virali, di patologie autoimmunitarie e nella prevenzione del rigetto da trapianto. Inoltre, alcuni esami per accertare la gravidanza o per individuare malattie infettive come l'epatite C usano anticorpi monoclonali. Nell'insieme, più di un quarto dei farmaci biotecnologici oggi in sperimentazione nel mondo sono anticorpi monoclonali.

Come funzionano gli anticorpi monoclonali

Gli anticorpi monoclonali sono in grado di riconoscere la cellula del tumore che, pur presentando differenze da rispetto a quelle sane, normalmente non è riconosciuta dagli anticorpi prodotti fisiologicamente dal sistema immunitario. L'anticorpo monoclonale, al contrario, viene prodotto in laboratorio per identificare e colpire una molecola (antigene) caratteristica di un tipo di cellula tumorale. L'attacco degli anticorpi monoclonali si dirige quindi in modo selettivo contro quelle cellule che possiedono un determinato antigene.

Come vengono creati gli anticorpi monoclonali

Il primo anticorpo monoclonale, chiamato ibridoma, fu ottenuto nel 1975 da Georges Kohler Cesar Milstein, "fondendo" alcuni linfociti con cellule di mieloma e lavorando su cavie di laboratorio e i due scienziati condivisero con Niels Kaj Jerne il Premio Nobel conferito nel 1984 per la loro scoperta. Questo ricercatore voleva ottenere un grande quantitativo di anticorpi tutti dello stesso tipo. La produzione di anticorpi nel sangue avviene tramite i linfociti B che opportunamente stimolati si trasformano in plasmacellule, tuttavia queste cellule, oltre a vivere solo per poche settimane, non possono essere coltivate in laboratorio e quindi è difficile ottenere, in condizioni normali, grandi quantità  di anticorpi. Al contrario le cellule tumorali sono immortali o quasi. Milstein, quindi, pensò di "fondere" insieme le caratteristiche di due cellule diverse, un linfocita B (capace di produrre gli anticorpi) e una cellula tumorale derivata da un mieloma umano che avesse una vita, e dunque una capacità  di produrre anticorpi, virtualmente illimitata.

La nuova cellula creata, facilmente coltivabile in laboratorio, poteva crescere e riprodursi a grande velocità  perché aveva nel suo patrimonio genetico le caratteristiche dell'unità  tumorale e al contempo conservava la possibilità  di produrre l'anticorpo specifico contro il mieloma stesso. Questo nuovo e unico ceppo o clone cellulare - da cui il termine anticorpo monoclonale - poteva quindi produrre anticorpi in grande quantità , mirati esattamente sulle caratteristiche biologiche delle cellule di mieloma, e quindi attivi solo nei suoi confronti.

Una volta aperta la strada alla creazione di cellule "immortali" capaci di creare anticorpi, il problema restava quello di riuscire ad indirizzare queste "armi terapeutiche" verso un particolare tipo di tumore. La via per ora seguita è quella di iniettare nel topo alcune cellule prelevate dal tumore o, nel caso siano noti, direttamente i suoi antigeni, in modo da favorire il riconoscimento della malattia da parte dei linfociti del topo che quindi si attivano per produrre anticorpi contro il tumore. Le difficoltà  sono soprattutto legate alla ricerca degli antigeni tumorali e al fatto che la realizzazione di ibridomi efficaci può richiedere anche alcuni anni.

Ora in laboratorio si lavora con tecniche di bioingegneria che creano anticorpi pressoché identici a quelli della specie umana in modo da evitare che, una volta somministrati, siano riconosciuti come estranei dal sistema immunitario dell'organismo umano, inattivati o eliminati. I nuovi anticorpi hanno, per il 95% della loro struttura, caratteristiche "umane" e solo il piccolissimo tratto specifico per il riconoscimento del bersaglio nella cellula tumorale è riferibile alla cellula della specie animale utilizzata dal processo biotecnologico.

I tumori del sangue come i linfomi e le leucemie, sono stati i primi contro i quali sono stati messi a punto e utilizzati gli anticorpi monoclonali, in quanto è più facile ottenere dal sangue, rispetto ai tumori solidi, le cellule cancerose sulle quali "mirare" gli anticorpi monoclonali. Uno dei primi anticorpi monoclonali ad essere utilizzati nella pratica clinica è stato il rituximab, nato una decina di anni fa e capace di reagire contro il CD20, un antigene presente sulla superficie delle cellule in oltre il 95% dei linfomi del tipo non-Hodgkin. Questo anticorpo agisce direttamente legandosi alla cellula ammalata e causandone la distruzione.

La capacità  degli anticorpi monoclonali di riconoscere una cellula tumorale ha suggerito anche la possibilità  di associarli in protocolli complessi a terapie già  note (ad esempio chemioterapie), in modo da farli diventare una sorta di veicolo capace di trasportare i farmaci o sostanze radioattive sulla cellula malata in modo che i loro effetti collaterali su altre cellule sane siano quasi azzerati.

Limiti della terapia con Anticorpi Monoclonali

Tuttavia, la "rivoluzione" nel campo della cura dei tumori portata dall'avvento degli anticorpi monoclonali, presenta ancora diversi limiti, visto che non sono disponibili anticorpi monoclonali efficaci contro tutti i tipi di tumore. Ad esempio gli esperti definiscono "santuari" alcuni distretti corporei che difficilmente sono raggiunti dall'anticorpo monoclonale perché irrorati da vasi sanguigni particolari, caratterizzati da una spessa parete che non permette a queste molecole di attraversarla e penetrare nel tessuto. In questi casi l'anticorpo monoclonale rischia di diventare inutile perché, pur essendo in grado di riconoscere il suo bersaglio biologico, non può raggiungerlo.

Un ulteriore ostacolo deriva dal fatto che non tutti i pazienti affetti dallo stesso tipo di tumore, risultano ugualmente sensibili allo stesso tipo di cura.

Inoltre, in molti casi il solo anticorpo monoclonale, per quanto preciso ed efficiente, non è sufficiente per bloccare completamente lo sviluppo della neoplasia. Questo può essere dovuto al fatto che la crescita del tumore non è legata ad un solo fattore o meccanismo, quindi pur bloccando un meccanismo altri continuano a funzionare e permettono la crescita del tumore. In questi casi si rende necessaria l'associazione dell'anticorpo monoclonale con la chemioterapia.

Infine, seppure ridotti, gli anticorpi monoclonali non sono esenti da effetti tossici che differiscono da un farmaco all'altro.

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