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Malattia di Behçet e riproduzione

Parere degli esperti |time pubblicato il
Malattia di Behçet e riproduzione

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


La malattia di Behçet è stata riportata per la prima volta dal dermatologo turco Hulusi Behçet nel 1937 in 3 pazienti che presentavano contemporaneamente afte buccali, afte genitali e uveite. Numerose altre localizzazioni della patologia infiammatoria si sono aggiunte col tempo e oggi viene definita come una malattia a causa ancora non chiarita che determina episodi infiammatori in molti organi, soprattutto occhi, pelle, mucose, cervello, intestino e apparato vascolare. La diagnosi è per lo più clinica non essendo ancora a disposizione test ematochimici affidabili. Oltre ai 3 sintomi descritti inizialmente, sintomi cosiddetti minori sono artriti, ulcere intestinali, epididimiti e vasculiti. L’interessamento del sistema nervoso centrale è anche una evenienza possibile.

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Le alterazioni buccali guariscono in genere spontaneamente in qualche settimana ma hanno tendenza a recidivare con intervalli variabili; le aftosi genitali sono il sintomo più comune essendo presente nel 75% dei soggetti; le lesioni cutanee sono più variabili e spesso più difficili da diagnosticare se isolate. Un aiuto diagnostico può essere fornito dalle tabelle che utilizzano i criteri ISG (International Study Group for Behçet, 1990) o ICBD (International Criteria for Behçet Disease, 2014).

L’andamento epidemiologico indica un incremento numerico con una predominanza di forme incomplete e non particolarmente aggressive anche se la sottovalutazione può poi portare a conseguenze anche gravi. In Europa e Nord America la frequenza è di un caso ogni 15.000/500.000 persone ed è quindi classificata fra le malattie rare; in Turchia sono segnalati 420 casi ogni 100.000 persone, in Asia dai 13 ai 22 casi ogni 100.000. Nella maggior parte dei Paesi (con esclusione di quelli anglosassoni) i maschi sono leggermente più interessati e la prima comparsa delle lesioni avviene per lo più nella terza decade di vita cioè in pieno periodo fertile.

La genesi è sia genetica sia ambientale; gli aspetti ambientali sono confermati dal fatto che soggetti di etnia simile che vivono in ambienti separati hanno incidenze molto diverse. Inoltre, trattamenti dentali invasivi o iniezioni di antigeni derivati da streptococchi a scopo vaccinale sono noti fattori che possono innescare la malattia.

Anche la componente genetica è indiscussa e la Behçet è classificata come malattia multigenica con bassa penetranza. Soprattutto un antigene leucocitario (HLA-B*51) è stato studiato come fattore genetico predisponente a complesse alterazioni del sistema immunitario responsabili della clinica.

Le terapie attualmente proposte comprendono gli steroidi topici e sistemici e la colchicina. Nelle forme gravi vengono utilizzati anche gli immunosoppressivi (ciclosporina, azatrioprina, metotrexato) o l’interferone. Le uveiti possono anche essere trattate con anticorpi monoclonali (infliximab e adalimumab).

La diagnosi di Behçet di per sé non controindica la riproduzione se i farmaci utilizzati per ridurre la sintomatologia (soprattutto quella artritica e neurologica) non lo sono. Le tetracicline spesso utilizzate nell’aftosi sono controindicate. La colchicina e tutti i chemioterapici (ciclofosfamide, metotrexato ecc.) devono essere sospesi preventivamente mentre l’uso dell’azatioprina deve essere valutato caso per caso. In seguito ai noti effetti sul feto anche talidomide (a volte usata contro l’aftosi diffusa) va evitata. L’interessamento epididimario e l’ulcerazione della mucosa genitale sono ovviamente fattori non favorenti la frequenza coitale, ma sono sintomi con evoluzione discontinua che in genere lasciano intervalli di asintomaticità. Sintomi frequenti non compresi nei criteri diagnostici sono anche mialgie e fatica, che hanno effetto sul desiderio e sulla performance sessuale. Interventi sulle mucose o sulla cute devono essere ridotti al massimo e limitati al solo prelievo ovocitario. Interventi aggiuntivi come agopuntura, moxibustione, scraping endometriale preventivo ecc., talvolta indicati nei soggetti che seguono percorsi di PMA, sono controindicati in questi casi. Nel caso sia richiesta un’anestesia in fase di prelievo ovocitario, possono insorgere problemi solo in fase acuta della malattia per le ulcerazioni delle vie aeree e i rischi delle anestesie spinali in soggetti con possibile interessamento del sistema nervoso centrale e iperreazione cutanea in sede di iniezione.

L’incremento delle forme intestinali della malattia di Behçet (in analogia a quanto riscontrato nel morbo di Crohn) è stato associato a fattori ambientali nutrizionali come l'aumentata assunzione proteica e di acidi grassi polinsaturi con alterazione conseguente del microbioma. In fase di preparazione ai tentativi riproduttivi si raccomanda ancor più in questi casi un regime dietetico sano.

In gravidanza la sintomatologia si affievolisce nella maggior parte dei casi ma i rischi maggiori rimangono il parto prematuro, la restrizione della crescita fetale e la trombosi venosa materna postpartum. Viene quindi raccomandata una assistenza presso un Centro ostetrico neonatologico di III livello, meglio ancora se il presidio possiede un centro specifico per questa malattia rara e una tromboprofilassi. I casi di trasmissione neonatale sono rarissimi (forse per trasmissione transplacentare di autoanticorpi) e in genere autorisolventi non essendo la Behçet una malattia a esordio in età pediatrica.

Dr. Maurizio Bini - SSD Diagnosi e Terapia della sterilità e crioconservazione, ASST Grande Ospedale Metropolitano, Niguarda, Ca’ Granda, Milano

Bibliografia di riferimento

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