Inibitori della tirosinchinasi e farmaci epigenetici nella cura della leucemia mieloide cronica

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Inibitori della tirosinchinasi e farmaci epigenetici nella cura della leucemia mieloide cronica

Una revisione della letteratura ha fatto il punto sulle evidenze disponibili sul ruolo degli inibitori della tirosinchinasi, da soli e associati ai farmaci epigenetici, nella cura della leucemia mieloide cronica. I risultati hanno evidenziato che la combinazione di questi trattamenti può ulteriormente migliorare gli esiti già buoni ottenuti con gli inibitori delle tirosinchinasi.   

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L’età media di comparsa della leucemia mieloide cronica di 57 anni e la malattia è più frequente nei maschi, rispetto alle femmine, con un rapporto 1.4 a 1. Il cromosoma Filadelfia è un aspetto caratteristico della malattia ed è la causa della leucemia mieloide cronica, che è stata considerata come la prima neoplasia maligna dovuta ad anomalie dei geni. Nell’evoluzione della patologia si riconoscono tre fasi definite: fase cronica, fase accelerata e crisi blastica. Secondo i criteri proposti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la presenza di uno dei criteri ematologici, come la riduzione persistente delle piastrine, o correlati al trattamento, come lo sviluppo della resistenza ai farmaci, definisce la fase accelerata. Gli inibitori delle tirosinchasi sono stati sviluppati come molecole mirate a trattare la soppressione dell’attività della chinasi BCR-ABL1 che consegue alle alterazioni genetiche della leucemia mieloide cronica e questi farmaci hanno determinato miglioramenti sostanziali nella sua gestione, portando la sopravvivenza dei soggetti che ne sono affetti a livelli equiparabili a quelli delle persone sane. Le evidenze disponibili concordano nell’indicare che la progressione, risposte alle cure e il complesso dei risultati della gestione della malattia sono influenzati dal sovrapporsi di altre anomalie genetiche ed epigenetiche, piuttosto che solo dalla presenza dell’oncoproteina BCR-ABL1. Fattori genetici ed epigenetici condizionano anche l’efficacia delle terapie. L’introduzione nella pratica clinica degli inibitori delle tirosinchinasi ha comportato negli ultimi vent’anni una vera rivoluzione nella cura della leucemia mieloide cronica. Fra i risultati più eclatanti c’è stato il marcato prolungamento della sopravvivenza. Essendo l’attività degli inibitori dei meccanismi di epigenetica alterati in molti tumori, compresa la leucemia mieloide cronica, l’associazione dei farmaci epigenetici agli inibitori della tirosinchinasi può offrire vantaggi nella cura della malattia. Amir e colleghi, nella loro revisione della letteratura, hanno citato gli studi che hanno valutato i meccanismi epigenetici indotti dagli inibitori della tirosinchinasi e quelli che provocano lo sviluppo della resistenza a questi farmaci. Inoltre, hanno riportato gli effetti della somministrazione associata degli inibitori della tirosinchinasi e dei farmaci epigenetici. Infatti, fra i problemi da risolvere nella gestione della leucemia mieloide cronica, c’è la resistenza agli inibitori della tirosinchinasi, che ne limita l’efficacia in alcuni casi.

Nelle conclusioni gli autori hanno ribadito che la disponibilità di inibitori della tirosinchinasi ha costituito un sostanziale progresso nel trattamento della leucemia mieloide cronica, ma che in alcuni casi la resistenza a tali farmaci resta un problema. I prodotti che modulano i processi di epigenetica potranno aiutare a risolverlo.               

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