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Addio a Ezio Bosso, morto il compositore italiano affetto da una malattia neurodegenerativa

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Addio a Ezio Bosso, morto il compositore italiano affetto da una malattia neurodegenerativa

Addio a Ezio Bosso, il musicista e direttore d’orchestra è morto a soli 48 anni per le complicanze della malattia neurodegenerativa della quale soffriva dal 2011. Una malattia che fino a qualche anno fa non gli aveva impedito di suonare e incantare il pubblico. Un artista incredibile che aveva fatto della sua disabilità un vanto: “Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono” era una delle sue citazioni più note.

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Nato a Torino nel 1971, a quattro anni inizia a studiare la musica con il solfeggio e a cinque inizia a suonare. Come ha raccontato a Riccardo Iannaccone in un’intervista a La Porta Aperta, era stata “la musica a sceglierlo”. I primi mesi Bosso suonò il fagotto, poi passò al contrabbasso e al piano. La malattia neurodegenerativa gli fu scoperta nel 2011 dopo un intervento per rimuovere un tumore al cervello, si parlò di SLA, ma questo fu poi smentito.  Probabilmente Bosso era affetto da una neuropatia motoria multifocale, una malattia autoimmune che colpisce i nervi motori.

A causa di questa malattia, nel 2019 smise di suonare il pianoforte e chiese pubblicamente: “Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza”. Allo stesso tempo, Bosso rifuggiva da ogni sorta di pietismo: “Devo combattere tutta la mia vita, a volte le cose ti succedono quando sei pronto. Lotto per questo: io non sono questo - indicando la sua sedia a rotelle - io non sono una cosa da compatire o da idolatrare. Mi dedico alla musica e vado criticato come tale”.

Bosso ha anche firmato molte colonne sonore per alcuni film diretti da Gabriele Salvatores ricevendo due nomination ai David di Donatello per le musiche di Io non ho paura e Il ragazzo invisibile. Ha poi collaborato con le più importanti istituzioni operistiche d’Europa e con i teatri italiani, è stato fino al giugno 2018 il direttore stabile residente del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.

Negli ultimi anni si era dedicato alla direzione d’orchestra e nella sua bacchetta riusciva a mettere da parte il dolore causatogli dalla malattia di cui soffriva: “La bacchetta è il mio potere forte. La maschera che nasconde il dolore. Quando la poggio, tutto mi piace un po’ meno”. Nel 2016, ospite al Festival di Sanremo, incantò il pubblico d’Italia con il racconto della sua malattia e attraverso le note di Following a Bird, una delle canzoni contenute nell’album The 12th Room, dodici come le stanze della nostra vita.

Sul palco dell’Ariston, citando l’amico e il maestro Claudio Abbado, disse che “la musica era una vera terapia”. Una frase ripetuta anche nella sua ultima apparizione televisiva a Propaganda Live in cui disse: “La musica è una terapia per la società”. Le sue frasi, pronunciate sul palco fra un’esibizione e l’altra o durante le su interviste, sono un’altra delle sue caratteristiche principali, ogni singola parola veniva dal cuore del compositore torinese, una è dedicata alla malattia: “La malattia non è la mia identità, è più una questione estetica. Ha cambiato i miei ritmi, la mia vita. Ogni tanto ‘evaporo’. Ma non ho paura che mi tolga la musica, perché lo ha già fatto. La cosa peggiore che possa fare è tenermi fermo. Ogni giorno che c’è, c’è. E il passato va lasciato a qualcun altro”.

“Credo nel giusto tempo, anche nell’accettare quel tempo, questo ha cambiato quello che mi è capitato. Accettare quello che c’è, ci sono cose che si accettano con gioia, quando vedo un cielo bello, mi stupisco. Quando faccio la mia musica mi stupisco, lo stupore che ti rende l’ossigeno più leggero. Io mi occupo della musica nella mia vita, ce la siamo inventati per avere un aiuto per vivere meglio, tutti abbiamo bisogno di un aiuto. Se accettassimo che tutti noi abbiamo bisogno di piccoli aiuti, non avremmo le relazioni di pena, rifiuto, ci riconosceremo. Mi hanno chiesto qual era il mio progetto, è in quello che lascerò, con l’augurio di lasciare a qualcuno una possibilità in più”, ha concluso così una lunga intervista a Riccardo Iannaccone.

Chiara Laganà

Fonti: Il Messaggero, Raiplay