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Vale la pena di ripetere i cicli di fertilizzazione in vitro oltre il terzo? Sì, secondo i risultati dell’analisi di un’ampia casistica eseguita in Gran Bretagna

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Vale la pena di ripetere i cicli di fertilizzazione in vitro oltre il terzo? Sì, secondo i risultati dell’analisi di un’ampia casistica eseguita in Gran Bretagna

In Gran Bretagna sono stati analizzati i dati relativi a un’ampia casistica di cicli di fertilizzazione in vitro per rispondere al quesito: vale la pena di “insistere” dopo il 3°-4° ciclo, in caso di insuccesso? Sì, vale la pena, sia nelle donne di età inferiore a 40 anni che in quelle meno giovani.

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La considerazione dalla quale è partito un gruppo di ricercatori della Gran Bretagna è che, anche se comunemente i cicli di fertilizzazione in vitro non vengono ripetuti oltre il 3° o 4°, non ci sono dati che dimostrino se eseguire ulteriori cicli aumenti la probabilità di successo. Come indice del successo dei cicli è stata considerata la nascita di bambini vivi. Questo criterio di valutazione è più fedele del numero di gravidanze, perché elimina la quota di gravidanze che non giungono a termine a causa di un aborto.

Una popolazione di 156.947 donne britanniche, sottoposte a un totale di 257.398 cicli di stimolazione ovarica e fertilizzazione in vitro dal 2003 al 2010, è stata seguita fino al giugno 2012. L’età media, all’inizio dei cicli era di 35 anni e la durata media dell’infertilità 4 anni. Considerando il totale della casistica, la frequenza di nascite di figli vivi è stata del 29.5% al primo ciclo e si è mantenuta al di sopra del 20% fino al quarto ciclo compreso. Questo vuol dire che il primo ciclo ha ottenuto più successi, ma in quelli ulteriori si è mantenuta una discreta percentuale di nati vivi, tanto che, mettendoli insieme, al sesto ciclo la percentuale complessiva di successo è stata del 65.3%. In pratica, sommando i risultati di tutte le donne, da quelle che hanno fatto solo 1 ciclo a quelle che ne hanno fatti 6, più di 6 su 10 hanno raggiunto l’obiettivo di un figlio nato vivo. Selezionando solo i dati delle donne di età inferiore a 40 anni per le quali si erano usati sempre i loro ovociti per la fertilizzazione in vitro, la percentuale di successo del primo ciclo è stata del 32.3% e si è mantenuta al di sopra del 20% fino al 4° ciclo. Sommando anche gli obiettivi raggiunti, nel gruppo di età inferiore a 40 anni, dalle donne sottoposte a un numero di cicli compreso fra 1 e 6, si arriva a una percentuale complessiva di successo del 68.4%, quasi 7 su 10. I casi più difficili, fra quelli presi in considerazione, le donne di età compresa fra 40 e 42 anni, hanno ottenuto i seguenti risultati: 12.3% di nati vivi al primo ciclo di fertilizzazione in vitro e 31.5% la percentuale complessiva fino al 6° ciclo. Valori certamente bassi in assoluto, ma risulta evidente che eseguendo fino a 6 cicli di fertilizzazione in vitro, la percentuale di donne che riescono ad avere un figlio raddoppia, rispetto alla probabilità di successo del primo ciclo. Per i cicli di fertilizzazione in vitro eseguiti con ovociti donati da altre donne, l’età non ha influito sulle percentuali di successo. Per le coppie nelle quali il maschio aveva un’infertilità non trattata, la probabilità di ottenere un figlio nato vivo è stata più bassa, ma l’effetto negativo del fattore maschile è stato annullato ricorrendo all’iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI) o alla donazione di sperma.

Gli autori concludono l’articolo affermando che i risultati ottenuti sostengono l’efficacia di ripetere i cicli di fertilizzazione in vitro oltre il 3° o 4°. Il numero elevato di casi e di cicli analizzati e la cura con cui è stata eseguita l’analisi rendono solidi gli esiti di questa ricerca, che dovrebbero essere tenuti in considerazione dai professionisti della riproduzione medicalmente assistita, come dalle coppie con problemi di infertilità e dagli amministratori della sanità. Questi ultimi, nel momento in cui decidono quanti cicli rimborsare alle coppie, dovrebbero tenere conto del fatto che la probabilità di successo raddoppia aumentando il loro numero fino al sesto. Le coppie infertili che desiderano avere un figlio devono sapere che, arrivando al sesto ciclo, la probabilità complessiva di raggiungere il loro obiettivo è doppia, rispetto a fermarsi al 3° ciclo, a prescindere dall’età della donna. Certo, come Smith e colleghi segnalano, sottoporsi a più cicli di riproduzione assistita comporta un importante impegno per la coppia, sotto tanti punti di vista, quindi non è una scelta da farsi “a priori” e a cuor leggero. Quello che gli autori correttamente raccomandano è che dati come quelli prodotti dalla loro ricerca siano discussi in maniera chiara e semplice con lo specialista di riferimento. Tali informazioni, insieme a tutte le altre che il medico e gli altri professionisti del Centro forniranno, permetteranno alla coppia di scegliere la soluzione che ritiene più adatta.

Ma i risultati della ricerca vanno oltre la valutazione dell’effetto della ripetizione dei cicli. Dimostrano infatti che, se il fattore maschile viene affrontato efficacemente, con l’iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo o con una donazione di sperma, i suoi effetti negativi sugli esiti della fertilizzazione in vitro vengono annullati. E ancora, che la donazione di ovociti annulla i limiti che l’età della donna pone agli esiti. Tutto ciò è importante da sapere per le coppie infertili, visto che in Italia, ora, si può eseguire anche la procreazione medicalmente assistita eterologa, cioè con ovociti e spermatozoi ottenuti da donatori.

Il titolo dell’articolo che il quotidiano statunitense New York Times (Tempi di Nuova York) ha dedicato ai risultati di questa ricerca ne riassume bene i contenuti: “Nella fertilizzazione in vitro, la persistenza paga”.

Tommaso Sacco

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