MENU SEZIONE
MENU SEZIONE

Terapie che possono provocare infertilità o sterilità nel maschio

Parere degli esperti

PUBBLICATO

Terapie che possono provocare infertilità o sterilità nel maschio
Gli articoli della sezione “Il parere degli esperti” riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.

Il processo di produzione e maturazione degli spermatozoi (spermatogenesi) è assicurato da un meccanismo delicato e molto sensibile a fattori tossici provenienti dall’esterno. Nell’insieme degli agenti chimici in grado di danneggiare il processo di spermatogenesi, costituito in prevalenza da fattori tossici ambientali, particolare attenzione merita il ruolo di alcuni farmaci che, assunti da uomini in età fertile per la cura di diverse malattie, possono determinare, quale effetto collaterale, un’alterazione della funzione riproduttiva. Tali interferenze negative sulla fertilità maschile sono generalmente temporanee, si manifestano cioè con una riduzione del numero, della motilità e della forma degli spermatozoi limitata al periodo in cui il farmaco viene assunto. Gli spermatozoi sono infatti prodotti in modo continuo all’interno dei testicoli, e si rinnovano a intervalli di circa 3 mesi; la sospensione di un farmaco con effetti negativi sulla fertilità maschile si accompagnerà quindi, nella maggior parte dei casi, a una normalizzazione del liquido seminale entro 3 mesi, al rinnovo cioè della popolazione spermatica. Esistono tuttavia casi in cui il danno è particolarmente severo e colpisce le cellule progenitrici dalla cui replicazione originano gli spermatozoi maturi. In questi casi è possibile assistere a un danno permanente della fertilità, che si traduce in alcuni casi in una completa assenza di spermatozoi (azoospermia).

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER!
Rimani in contatto e sempre aggiornato sulle ultime notizie.

www.fondazioneserono.org/newsletter/

I farmaci possono esercitare la propria azione dannosa sulla fertilità agendo a diversi livelli del processo riproduttivo. Il meccanismo più frequente consiste nel danno diretto che alcune molecole provocano sulle cellule spermatiche, sia le progenitrici sia gli spermatozoi maturi. I farmaci più aggressivi in questo gruppo sono i cosiddetti antiblastici, cioè quelli usati nella chemioterapia per i tumori. Caratteristica di queste molecole è la capacità di bloccare la replicazione delle cellule tumorali, capacità che si estende in parte anche ad altre popolazioni cellulari a rapida replicazione, quali appunto le cellule della spermatogenesi. L’infertilità è dunque una delle conseguenze indesiderate più frequenti delle terapie antitumorali, e assume evidente importanza quando tali farmaci vengono somministrati a soggetti in giovane età, per la cura di linfomi, leucemie, tumori del testicolo ecc. I farmaci antineoplastici che hanno dimostrato una maggiore attività tossica sulla funzione riproduttiva maschile sono gli agenti alchilanti (ciclofosfamide, clorambucil), vinblastina e procarbazina. L’entità del danno e la sua eventuale reversibilità dipendono dal tipo di agente chemioterapico somministrato, dalla dose e dalla durata del ciclo terapeutico. Allo scopo di preservare una quota di spermatozoi vitali, e di garantire così al paziente una possibilità di procreazione anche nel caso in cui la chemioterapia provochi sterilità permanente, è sempre consigliabile congelare un certo numero di spermatozoi presso una banca del seme prima dell’inizio dell’assunzione dei farmaci.

Un secondo importante meccanismo di danno farmacologico alla fertilità è quello legato alla somministrazione di molecole ad attività ormonale, in grado di alterare l’equilibrio esistente tra le ghiandole endocrine che regolano la fertilità, ossia l’ipofisi e i testicoli. Un danno di questo tipo vede principalmente coinvolti i farmaci ad attività androgena, quali il testosterone e tutte le molecole anabolizzanti che nell’organismo svolgono effetti simili a quelli del testosterone (stanozololo, nandrolone ecc). La conseguenza più immediata di una somministrazione non terapeutica di tali ormoni, quale quella praticata per doping in alcune palestre, è il blocco della funzione della ghiandola ipofisi e dei testicoli. Nei soggetti che assumono ormoni androgeni a scopo dopante si manifestano infatti sintomi quali la riduzione di volume dei testicoli e, soprattutto, una forte riduzione del numero di spermatozoi, fino alla azoospermia. Anche in questo caso entità del danno e possibilità di recupero della fertilità dopo sospensione dipendono dal tipo di molecola assunta, dalle dosi e dalla durata dell’assunzione. Una possibile riduzione della fertilità è stata segnalata anche negli uomini che assumono farmaci ad attività ormonale con indicazioni diverse, quali finasteride contro la caduta dei capelli e levosulpiride e domperidone in alcuni disturbi digestivi; in entrambi i casi però la sospensione della cura si associa a un recupero della fertilità.

Riduzione della fertilità maschile è stata segnalata anche dopo assunzione di farmaci di impiego comune, quali alcuni antipertensivi (calcioantagonisti), diversi antibiotici (nitrofurantoina, eritromicina, tetraciclina, neomicina, gentamicina), e gli antidepressivi appartenenti alla famiglia degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (fluoxetina, sertralina, paroxetina). È importante tuttavia ricordare che non esistono dati che dimostrino una correlazione certa fra l’uso di questi farmaci e il danno alla fertilità, e che, qualora l’effetto negativo ci sia, si tratta di effetti reversibili dopo sospensione della cura.

Un cenno infine meritano alcuni farmaci in grado di danneggiare la fertilità non per alterazioni della qualità del liquido seminale, ma per un’interferenza con il processo di emissione del liquido stesso (eiaculazione). Rientrano in questo gruppo alcune medicine alfa-bloccanti (tamsulosina e silodosina) che vengono prescritte agli uomini con disturbi urinari legati a malattie della prostata. L’effetto collaterale più frequente di questi farmaci è l’aspermia, ossia la mancata emissione di liquido seminale al termine del rapporto sessuale. Va sottolineato come tale effetto collaterale sparisca subito alla sospensione della cura.

Appare chiaro, in conclusione, quanto importante sia, per una coppia con problemi di infertilità, mettere al corrente il medico di tutte le terapie farmacologiche praticate in atto e anche in passato. La sospensione di un farmaco da parte del medico potrebbe infatti rivelarsi un provvedimento efficace nel recupero della funzione riproduttiva.

Bruno Giammusso - Direttore Unità di Andrologia, Policlinico Morgagni, Catania

 

CONTATTA L'ESPERTO

Ricevi le risposte ai tuoi quesiti

Fai una domanda

CONTENUTI CORRELATI