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La sindrome da iperstimolazione ovarica: categorie di pazienti a rischio e corretta interpretazione e informativa dell’eventuale consenso informato a procedere alla stimolazione e ai transfer

Parere degli esperti |time pubblicato il
La sindrome da iperstimolazione ovarica: categorie di pazienti a rischio e corretta interpretazione e informativa dell’eventuale consenso informato a procedere alla stimolazione e ai transfer

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


La sindrome da iperstimolazione ovarica (SIO) è una delle più note complicanze legate alla stimolazione ovarica farmacologica per la fecondazione in vitro o il controllo dell’ovulazione. I suoi esiti possono essere gravi se non riconosciuta tempestivamente, per cui risulta necessario intervenire nelle forme lievi-moderate per evitare più temibili complicanze. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, la sindrome da iperstimolazione ovarica si risolve spontaneamente e richiede una terapia di supporto e un monitoraggio continuo fino a completa risoluzione.

I meccanismi fisiopatologici alla base della SIO sembrano essere legati alla produzione eccessiva di mediatori pro-infiammatori da parte delle ovaie iperstimolate in seguito all’esposizione alla gonadotropina corionica umana (hCG) o all’ormone luteinizzante (LH), farmaci utilizzati per far maturare gli ovociti, le cellule contenute nei follicoli. Le aumentate dimensioni delle ovaie associate al rilascio di queste sostanze nel circolo determina una aumentata permeabilità vascolare con rilascio di liquidi nel terzo spazio (nel compartimento extravascolare) con versamento addominale, pleurico o pericardico. Le conseguenze gravi sono associate ad aumentato rischio trombotico, perdita di elettroliti come sodio e potassio, ridotto afflusso di sangue ai reni con conseguente riduzione della diuresi e accumulo di liquidi.

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Alcuni tipi di pazienti o caratteristiche del ciclo di fecondazione in vitro aumentano notevolmente il rischio di SIO: donne con precedente storia di SIO, sindrome dell’ovaio policistico, elevata conta dei follicoli antrali o elevati livelli di ormone antimulleriano (AMH) sono alcuni di questi fattori di rischio. Molto importante è anche l’esito del trattamento di fertilità poiché l’insorgenza di una gravidanza soprattutto se multipla incrementa il rischio di SIO a causa dell’effetto della hCG endogena rilasciata. In questi casi di parla di SIO tardiva in quanto i sintomi si presentano circa dieci giorni dopo la somministrazione dell’hCG per la maturazione dei follicoli proprio per la presenza di una gravidanza iniziale. La SIO tardiva tende ad essere più prolungata e severa rispetto alle forme precoci.

I segni e sintomi da considerare sono gonfiore addominale, discomfort o dolore addominale da richiedere analgesia, nausea e vomito, sensazione di respiro corto, riduzione della diuresi, gonfiore di gambe o genitali o segni di trombosi. Tuttavia, le maggiori conoscenze in medicina della riproduzione e l’utilizzo di farmaci alternativi per l’induzione della maturazione follicolare nei casi a rischio, come gli agonisti del GnRH, hanno ridotto drasticamente l’incidenza di SIO, seppur non eliminandola completamente. Infatti nelle procedure di fecondazione in vitro si attuano strategie alternative nelle categorie a rischio e in considerazione delle specifiche condizioni cliniche, per esempio congelare gli embrioni ottenuti per procrastinare il transfer a condizioni cliniche più sicure, oppure favorire un singolo embriotransfer per ridurre al minimo i rischi di gravidanze multiple. Queste scelte devono essere concordate tra la donna e il ginecologo specialista di fertilità studiando la strategia più adeguata in considerazione dei fattori di rischio pre-stimolazione e della risposta alla terapia dove risulta cruciale l’informazione sulle conseguenze cliniche e degli esiti di una SIO.

La SIO viene annoverata in tutti i consensi informati delle procedure di procreazione medicalmente assistita che prevedano l’utilizzo di farmaci per la stimolazione delle ovaie, siano esse fecondazione in vitro oppure inseminazione intrauterina, riportandola insieme alle possibili complicanze come eventualità rara (tra l’1 e il 2% in base ai diversi dati di letteratura). Nella maggior parte di tali consensi, tuttavia, non vengono sottolineate le categorie più a rischio di tale complicanza e non si fa menzione della possibilità da parte del ginecologo di dover sospendere la stimolazione o di non poter procede al transfer a causa di una risposta ovarica eccessiva. La possibilità del concretizzarsi di una SIO, evento che fortunatamente rimane molto raro, si scontra spesso con il carico emotivo della donna che si sottopone alla stimolazione ovarica farmacologica, soprattutto se appartenente a una categoria a rischio in quanto la risposta ovarica risulta difficilmente prevedibile.

È utile quindi ribadire che il maggior rischio da sindrome da iperstimolazione ovarica interessa soprattutto le categorie di pazienti sottoposte a semplice stimolazione per rapporti mirati o da sottoporre a inseminazione intrauterina in quanto, ove nei casi a rischio non si decidesse di interrompere la terapia una volta giunti alla somministrazione di hCG, è difficile bloccare la sindrome se dovesse iniziare a presentarsi, a differenza delle vere e proprie fecondazioni assistite nelle quali è possibile non procedere al transfer embrionario e quindi scongiurare i rischi della forma grave della sindrome stessa.

Ad oggi, quindi, un consenso informato esaustivo dovrebbe contemplare anche quali sono le categorie più a rischio di SIO e dovrebbe sottolineare che il ginecologo specialista di fertilità si riserva la possibilità di non proseguire la stimolazione ovarica o non procedere con il transfer qualora la donna presentasse degli elementi ad alta predittività di sviluppo di SIO. Il ginecologo a cui la donna si affida nell’intraprendere questi percorsi ha il compito di informare in maniera completa ed esaustiva ma anche di guidare nelle scelte in base alle competenze e all’esperienza acquisita. Si consiglia, pertanto, di instaurare già dai primi incontri un rapporto di fiducia e di reciproca collaborazione con il proprio curante considerando le finalità e l’obiettivo comune da raggiungere.

Dr. Aldo Campo - Ginecologo Esperto nel Settore Fertilità, Roma