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Il ruolo degli interferenti endocrini sulla fertilità

Parere degli esperti|timepubblicato il
Il ruolo degli interferenti endocrini sulla fertilità

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


La comunità scientifica è concorde nel considerare gli interferenti endocrini (ED, endocrin disruptor) come una reale minaccia per la salute dell’uomo in quanto si tratta di sostanze in grado di alterare le numerose funzioni che nell’organismo sono finemente regolate dal sistema endocrino attraverso la sintesi, il rilascio e l’azione di ormoni. In particolare, la presenza di queste sostanze nei fluidi biologici come il sangue, il liquido seminale e il fluido follicolare desta molta preoccupazione circa il loro possibile effetto sulla fertilità.

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L’azione degli ED sulla salute dell’uomo è tessuto-specifica e dipende dalle caratteristiche chimico-fisiche di queste sostanze. Gli interferenti endocrini sono capaci di agire sulle funzioni svolte dal sistema endocrino perché strutturalmente simili agli ormoni prodotti dall’organismo o perché capaci di bloccarne la sintesi o il rilascio.

Alcuni interferenti endocrini possono inoltre persistere nell’ambiente in quanto non sono biodegradabili e il loro effetto sulla salute dell’uomo è principalmente determinato dalla condizione di bioaccumulo che si determina nell’organismo esposto. Il DTT (ditiotreitolo) e i PCB (policlorobifenili), ad esempio, il cui utilizzo è stato vietato decenni fa a causa del loro effetto dannoso, sono ancora presenti nel sangue della popolazione esposta. Altre sostanze, invece, sono meno persistenti nell’ambiente ma agiscono da interferenti endocrini in seguito a una esposizione costante, ripetuta e prolungata nel tempo.

Gli interferenti endocrini sono sostanze ampiamente diffuse. Possono essere rilasciati nell’ambiente dalle industrie chimiche (PBC, diossina, benzene), dall’agricoltura (erbicidi e pesticidi) e sono presenti in numerosi prodotti per la cura della persona e nei giocattoli come gli ftalati, il BPA (bisfenolo A) e i parabeni.

Le principali vie di esposizione agli ED per l’uomo sono l’inalazione, il contatto con la pelle e il consumo di prodotti contaminati. In particolare, gli imballaggi e i contenitori di plastica sono la fonte più importante di interferenti endocrini poiché l’esposizione del materiale plastico alla luce e al calore causa il rilascio di sostanze come ftalati e bisfenolo A nel cibo e nelle bevande.

Gli effetti degli interferenti endocrini sulla salute dell’uomo possono essere diversi e la popolazione maggiormente a rischio è rappresentata dalle donne in gravidanza e dai bambini.

Il periodo prenatale è stato, infatti, identificato come uno dei periodi di maggiore suscettibilità all’esposizione agli ED poiché la placenta ne veicola la diffusione nel feto, con conseguenti anomalie sullo sviluppo fetale e sulla vita adulta. In particolare già durante la gravidanza gli interferenti endocrini possono alterare la fertilità dell’individuo influenzando il corretto sviluppo del cervello e dell’apparato uro-genitale.

Nell’uomo la presenza nel sangue e nell’urine di ED come gli ftalati, i PCB e il BPA è associata a una minore qualità del liquido seminale in termini di numero, motilità e morfologia degli spermatozoi.

Inoltre diversi studi hanno correlato l’esposizione agli ED già durante la vita intrauterina a una maggiore incidenza di anomalie dell’apparato riproduttore maschile nella popolazione esposta e una maggiore predisposizione a sviluppare neoplasie testicolari.

Anche nella donna l’esposizione agli interferenti endocrini durante la vita intrauterina sembra poter influenzare la sua capacità riproduttiva. Gli ED, infatti, agendo sulla follicologenesi che inizia già a partire dal 60° giorno della vita embrionale, sono responsabile della diminuzione della fertilità femminile.

A differenza degli spermatozoi, che nell’uomo in età fertile vengono prodotti circa ogni 70 giorni, il pool di gameti femminili è già determinato alla nascita e può essere influenzato negativamente in termini sia di quantità sia di qualità degli ovociti dall’esposizione agli interferenti endocrini durante la gravidanza.

Gli effetti degli ED sulla salute dell’uomo sono quindi trans-generazionali, cioè gli interferenti endocrini agiscono sia sulla popolazione esposta sia sulle generazioni future.

Sulla base delle conoscenze acquisite e dei dati disponibili, gli interferenti endocrini costituiscono un reale pericolo per l’uomo ed è importante che le Autorità competenti adottino tutte le misure necessarie per assicurare un elevato livello di protezione della salute umana sia vietando l’utilizzo delle sostanze pericolose che potenziando i sistemi di monitoraggio, prevenzione e controllo nelle aree urbane maggiormente a rischio. La popolazione generale potrebbe, invece, ridurre l’esposizione agli interferenti endocrini seguendo semplici ma importanti consigli come utilizzare contenitori di vetro anziché di plastica per scaldare gli alimenti a microonde e favorire il consumo di frutta e verdura biologica, sebbene spesso l’esposizione agli ED rilasciati nell’ambiente dalle industrie è spesso inconsapevole e inevitabile.

Federica Zullo - Laboratorio FIVER, Ospedale S. Anna, Torino

Bibliografia di riferimento

  • Den Hond E, Tournaye H, De Sutter P, et al. Human exposure to endocrine disrupting chemicals and fertility: A case-control study in male subfertility patients. Environ Int 2015;84:154-60.
  • Marques-Pinto A, Carvalho D. Human infertility: are endocrine disruptors to blame? Endocr Connect 2013;2(3):R15-29.
  • Sifakis S, Androutsopoulos VP, Tsatsakis AM, Spandidos DA. Human exposure to endocrine disrupting chemicals: effects on the male and female reproductive systems. Environ Toxicol Pharmacol 2017;51:56-70.