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Procedure e tecniche di preservazione della fertilità nelle femmine in età fertile

Parere degli esperti

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Procedure e tecniche di preservazione della fertilità nelle femmine in età fertile
Gli articoli della sezione “Il parere degli esperti” riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.

La preservazione della fertilità per le donne affette da neoplasie ha ricevuto un crescente interesse negli ultimi anni. Molte linee guida internazionali raccomandano una consulenza riproduttiva prima dell’inizio dei trattamenti per tutte le donne potenzialmente interessate dagli effetti negativi sulla fertilità, con l’indicazione alla crioconservazione di ovociti o tessuto ovarico.

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L’infertilità, infatti, rappresenta uno dei principali effetti indesiderati delle terapie antineoplastiche ed è motivo di sconforto per le giovani donne guarite da tumore.

Per la donna in età post-puberale esistono metodi di preservazione della fertilità standardizzati, che consistono nella crioconservazione degli ovociti o, dove possibile, degli embrioni.

Sono, inoltre, possibili approcci di tipo più sperimentale, che sono le uniche opzioni per le giovani donne prepuberi, come la crioconservazione del tessuto ovarico, la maturazione in vitro e la protezione dell’ovaio [1].

I trattamenti antineoplastici possono avere due tipi di effetti negativi sull’ovaio: acuti (perdita della funzionalità ovarica durante o subito dopo i trattamenti) e a lungo termine (menopausa precoce dopo il ripristino della funzionalità ovarica).

La menopausa precoce è l’effetto più comune e dunque di maggiore interesse clinico. La durata del periodo fertile, in seguito a terapie antineoplastiche, si accorcia quanto più i follicoli primari presenti nell’ovaio vengono depleti. L’effetto è dunque altamente dipendente dalla riserva ovarica al momento del trattamento (e quindi dal pool di follicoli presenti nell’ovaio) e dal tipo/dose di terapia ricevuta.

Su questi elementi principali si deve basare la consulenza riproduttiva per la paziente affetta da patologia neoplastica.

Il congelamento degli ovociti si è dimostrato efficace come approccio accessorio ai programmi di fecondazione in vitro per le coppie infertili. Si tratta di una tecnica standardizzata grazie alla quale, tramite il congelamento lento prima e la vitrificazione in tempi più recenti, sono nati centinaia di bambini in tutto il mondo.

La metodicità è stata traslata alle pazienti oncologiche, ma i risultati sono numericamente molto più modesti nella preservazione della fertilità, in quanto l’applicazione è recente. Rappresenta legittimamente un argomento d’interesse la qualità degli ovociti che, nella donna affetta da particolari patologie, potrebbe non essere ottimale.

Nei prossimi anni saranno disponibili dati interessanti prodotti dai gruppi che hanno proposto sistematicamente questa tecnica già da alcuni anni. La crioconservazione ovocitaria richiede la stimolazione della crescita follicolare multipla e il prelievo transvaginale degli ovociti, con successiva crioconservazione.

Il numero di ovociti raccolti e idonei alla crioconservazione determina le probabilità future di gravidanza.

È auspicabile un numero di ovociti superiore a dieci-quindici, da raggiungere eventualmente con più cicli di stimolazione, qualora compatibili con le condizioni cliniche. Il numero di ovociti a disposizione determinerà, infatti, il numero di cicli di fecondazione in vitro a cui la donna potrà sottoporsi e soprattutto il numero di embrioni disponibili per il trasferimento in utero.

L’accesso a questo tipo di procedura risente dei limiti comuni alla fecondazione in vitro, soprattutto di quelli legati all’età della donna. L’età, inoltre, è inversamente proporzionale alla sopravvivenza degli ovociti alla vitrificazione.

È stato stimato che, per donne di età fino ai 35 anni al momento della crioconservazione ovocitaria, le probabilità cumulative di futura gravidanza sono pari al 60% in caso di 10 ovociti a disposizione e 85% con 15 ovociti a disposizione. Per donne di età superiore ai 35 anni, invece, le probabilità di gravidanza a termine si abbassa rispettivamente al 30% e 36% [2].

Qualora la qualità ovocitaria non sia elevata, può essere indicato, in presenza di un partner maschile e in un contesto legale permissivo, optare per la crioconservazione degli embrioni.

I principali ostacoli allo sviluppo dei programmi di crioconservazione ovocitaria per preservazione della fertilità sono i seguenti:

  • mancata informazione alle pazienti da parte dei professionisti;
  • preoccupazione per lo stato di salute imminente e diffidenza rispetto all’esigenza di posticipare di poche settimane le terapie;
  • preoccupazione per l’effetto del cancro sulla futura prole;
  • timore di recidive o di complicanze anche dovute all’eventuale gravidanza.

La maggior parte delle preoccupazioni, tuttavia, è ormai ritenuta priva di fondamento.

Angelo Enrico Borsani - Ostetrico Ginecologo Azienda Ospedaliera Sant’Anna, Como, PMA Presidio di Cantù (CO)

Bibliografia

  1. Anderson RA, Mitchell RT, Kelsey TW, et al. Cancer treatment and gonadal function: experimental and established strategies for fertility preservation in children and young adults. Lancet Diabetes Endocrinol 2015;3(7):556-67.
  2. Cobo A, Garcìa-Velasco JA, Coello A, et al. Ovocytes vitrification as an efficient option for elective fertility preservation (EFP). Fertil Steril 2016;105:755-64.

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