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Possibilità e limiti dei test di riserva ovarica

Parere degli esperti

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Possibilità e limiti dei test di riserva ovarica
Gli articoli della sezione “Il parere degli esperti” riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.

Il naturale processo di invecchiamento dell’apparato riproduttivo è variabile da donna a donna e sembra dipendere in parte dai cambiamenti della funzionalità ovarica in relazione all’età. La diminuzione del numero di follicoli contenuti a livello ovarico così come la diminuzione della qualità ovocitaria comporta cambiamenti della ciclicità mestruale e della fertilità [1]. La riserva ovarica definisce la quantità e la qualità dei follicoli presenti nelle ovaie in un dato momento; la sua identificazione permette di definire lo stato delle ovaie e la loro potenzialità riproduttiva nonché, a lungo termine, predire l’età menopausale.

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I dati provenienti da studi anatomopatologici, ci consentono di identificare una particolare fase di accelerazione nella progressiva diminuzione della riserva ovarica, che si colloca tra i 35 e i 37 anni, quando comincia ad avvicinarsi l’età della menopausa. Come accennato, alla diminuzione quantitativa corrisponde una diminuzione dal punto di vista qualitativo e la conseguenza di questi cambiamenti è una progressiva riduzione della fertilità femminile che è clinicamente rilevabile. Purtroppo la perdita follicolare si evidenzia da un punto di vista clinico solo in una fase tardiva, quando sono già evidenti le irregolarità mestruali. In medicina della riproduzione, gli specialisti sono però in grado di definire questi cambiamenti anche con largo anticipo sui segni clinici, utilizzando valutazioni ormonali e/o ecografiche utili a definire la riserva ovarica.

Marker ormonali

L’ormone follicolo stimolante (follicle stimulating hormone, FSH) è il marker più frequentemente utilizzato, le valutazioni in proposito si avvalgono di numerosi studi di letteratura. In età riproduttiva avanzata un valore superiore a 10 UI/ml sembra essere efficacemente predittivo di una cattiva risposta alla stimolazione ovarica [1,2]. È da sottolineare come i valori del FSH tendano fisiologicamente a crescere con l’età della donna. In effetti valori elevati sono di frequente riscontro con l’aumentare dell’età, pertanto il valore predittivo di potenzialità riproduttiva è già deducibile in base alla sola età e il valore del FSH fornisce poche informazioni aggiuntive.

Estradiolo e inibina B sono marker poco utili in termini di correlazione con la riserva ovarica anche se il secondo ha avuto uno sbocciare di interessi per poi essere relativamente abbandonato nella pratica clinica.

I livelli di inibina B mostrano un declino graduale in relazione all’età, manifestandosi però in fase molto tardiva, è associata comunque ad elevati livelli di FSH e con la diminuzione della qualità ovocitaria e il potenziale riproduttivo [3,4].

L’ormone anti-mulleriano (anti-müllerian hormone, AMH), è una glicoproteina prodotta dai follicoli antrali e preantrali compresi tra i 2 ed i 6 mm di diametro, la cui presenza è direttamente correlata al numero dei follicoli primordiali. È misurabile anche nel siero; con la diminuzione dei follicoli antrali, che si verifica con il progressivo invecchiamento, i valori di AMH si riducono sino ad annullarsi [5]. Valori soglia inferiori a 0,1-0,3 ng/ml sono predittivi di scarsa o nulla risposta, cui si relaziona una prognosi di gravidanza praticamente assente. Risulta meno variabile rispetto ad altri parametri e può essere dosato indipendentemente dalla fase del ciclo mestruale [6]. Il suo impiego clinico ha visto uno sviluppo enorme non solo come indice predittivo di una scarsa risposta, ma anche nella segnalazione delle iperrisposte nei confronti delle quale si dimostra altrettanto valido con alta sensibilità e specificità.

Un’altra serie di valutazioni sempre su base ormonale ha fatto parte della routine clinica, ma ora è praticamente in disuso. Tra questi citiamo soprattutto i CCCT (clomifene citrate challenge test), che fanno un po’ parte della storia della riproduzione assistita, venendo degnamente sostituiti dai marker ormonali sopracitati [7].

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