La fecondazione eterologa in Italia: situazione attuale nelle diverse Regioni

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La fecondazione eterologa in Italia: situazione attuale nelle diverse Regioni

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


La fecondazione eterologa rappresenta una procedura di PMA (procreazione medicalmente assistita) che prevede l’utilizzo di gameti (ovociti e/o spermatozoi) provenienti da una donatrice e/o donatore esterno alla coppia che si sottopone al trattamento.

Quando il ricorso ai gameti esterni alla coppia è motivato da fattori di infertilità femminile si parla di donazione di ovociti (o ovodonazione).

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Si richiedono gli ovociti di una donatrice quando la paziente presenta:

  • assenza congenita delle ovaie;
  • menopausa precoce;
  • menopausa chirurgica (causata dall’asportazione delle ovaie);
  • ridotta riserva ovarica;
  • pregressi fallimenti di PMA omologa (dovuti probabilmente a ovociti di scarsa qualità);
  • età avanzata;
  • abortività ripetuta;
  • cause iatrogene (interventi o trattamenti di chemio- e/o radioterapia);
  • patologie genetiche o familiarità per difetti genetici.

Quando, invece, il ricorso ai gameti esterni alla coppia è motivato da fattori di infertilità maschile si parla di donazione di seme (o semedonazione).

In questo caso, si richiede il seme di un donatore quando il paziente presenta:

  • azoospermia secretiva, secondo cui risulta impossibile recuperare spermatozoi sia dall’eiaculato che a livello testicolare;
  • pregressi fallimenti di PMA omologa (causati probabilmente da oligo-, asteno-, teratozoospermia severa);
  • cause iatrogene;
  • patologie genetiche o familiarità per difetti genetici.

Infine, quando entrambi i partner presentano significativi fattori di sterilità si parla di doppia donazione (o doppia eterologa).

L’art. 4, comma 3, della Legge 40/2004 prevedeva, nella sua versione originale, il divieto al “ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo”. Già a partire dallo stesso anno di entrata in vigore della legge si cercò di intervenire, con proposte di disegni di legge, soprattutto sulla questione della fecondazione eterologa proponendo l’accesso a tale procedura solo alle coppie che “per ragioni mediche e biologiche non avevano modo di avvalersi della PMA di tipo omologo”.

Tali tentativi, purtroppo, non andarono a buon fine, finché solo a giugno 2014, con la sentenza n. 162/2014, la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’art. 4, comma 3, della Legge 40/2004. Finalmente, dopo dieci anni, anche in Italia fu consentito fare ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo qualora sia stata “accertata e certificata una patologia che sia causa irreversibile di sterilità o infertilità per uno o entrambi i partner”.

Pertanto, In Italia, il ricorso alla fecondazione eterologa resta lecito solo alle coppie “maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi […]”. Ciò significa che nel nostro Paese, in termini di legge, le tecniche di fecondazione eterologa sono ancora vietate alle coppie omosessuali e alle donne single.

Sempre nella sentenza n. 162/2014, la Corte Costituzionale ha affermato che, come accade per la scelta di procedere con una procedura di primo o secondo livello con gameti omologhi, anche la scelta dell’eterologa dovrà rispettare i principi di “gradualità” e di “minore invasività a cui tutti gli operatori del settore si attengono rigorosamente. In altre parole, se dopo aver eseguito tutti gli accertamenti necessari risulta che i gameti di uno o entrambi i membri della coppia non sono idonei a garantire un successo quanto meno ragionevole, allora la fecondazione eterologa si presenterà come l’ultima chance per la coppia di diventare genitori.

Subito dopo la pubblicazione di tale sentenza, la PMA eterologa non fu però del tutto accessibile. Tuttavia, ciascuna Regione, per dare voce alla sentenza dando il via a tale procedura, decise di intervenire autonomamente. La mancanza di linee guida condivise creò e continua a creare forti discrepanze a livello regionale in quanto non tutte le Regioni riescono a garantire le stesse offerte e lo stesso livello di prestazione a tutti in ambito di PMA eterologa.

A gennaio 2017, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ha inserito anche l’accesso alle tecniche di PMA eterologa tra i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

I LEA racchiudono tutte le prestazioni e i servizi che il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o attraverso il pagamento di un ticket (fissato nelle singole Regioni), con le risorse pubbliche accumulate attraverso la fiscalità generale (tasse). Per cui, teoricamente, anche i trattamenti di PMA eterologa dovrebbero essere ricoperti dal SSN.

In pratica, pur essendo state inserite nei nuovi LEA, le tecniche di PMA eterologa continuano ad accentuare le differenze tra una Regione e l’altra dell’Italia: ci sono Regioni, specialmente alcune del Sud, dove non esistono Centri pubblici attrezzati e/o risulta particolarmente difficile erogare tale procedura in regime di SSN, vivendo ancora nell’attesa di finanziamenti ministeriali. Ad oggi, sono meno di dieci i Centri pubblici che permettono l’accesso a tale procedura e, fra questi, ne emerge solo uno in tutto il Centro-Sud Italia.

A scoraggiare le coppie italiane nella scelta di un Centro pubblico o privato convenzionato appartenente a un’altra Regione è soprattutto la burocrazia, legata al rilascio delle autorizzazioni da parte dell’Azienda Sanitaria di residenza di ciascuna coppia.

Proprio in virtù del fatto che non esiste un accordo tra Regioni, complice la mancanza di una legge nazionale, quella del costo rimane una grande difficoltà proprio perché i LEA ministeriali non danno alcuna indicazione in quel senso.

Inoltre, risultano “Regione-dipendente” sia il limite di età della donna ricevente (che varia dai 42 ai 50 anni) sia il numero massimo di trattamenti che possono essere effettuati nelle strutture pubbliche a carico del servizio sanitario regionale (che varia da 3 a 6):

  • in Umbria per accedere alla PMA di tipo eterologo il limite di età della ricevente è di 42 anni e quello del numero di cicli è 3;
  • in Friuli-Venezia-Giulia, Val D’Aosta, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia, Liguria, Lazio, Basilicata e Bolzano, il limite dell’età è 43 anni e del numero di cicli è 3;
  • nelle Marche il limite dell’età è sempre di 43 anni ma quello del numero di cicli è 6;
  • in Sardegna, il limite dell’età è di 46 anni ma quello del numero di cicli è 3;
  • in Toscana il limite dell’età è sempre di 46 anni e del numero di cicli è 4;
  • in Campania, Abruzzo ed Emilia-Romagna, il limite dell’età è 46 anni ma del numero di cicli è 6.
  • il Veneto presenta il limite di età più alto in Italia, 50 anni, mentre il limite relativo al numero dei cicli è pari a 4.

Si considera come età ragionevolmente limite quella dei 50 anni, anche e soprattutto in considerazione del maggior rischio di esposizione a complicanze ostetriche.

È bene precisare che, anche per quanto riguarda l’età anagrafica, in assenza di una regolamentazione comune in Italia, ogni Regione ha stabilito arbitrariamente l’età media che potrebbe avere una donna prima dell’avvento della menopausa.

In conclusione, dopo circa 10 mila bambini nati grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Italia, l’accesso a tale procedura è accompagnato ancora da tanti limiti e problematiche organizzative dovute alla mancanza di linee guida ministeriali.

Tutto ciò non fa altro che alimentare il cosiddetto “turismo riproduttivo”, cioè la scelta di molte coppie di rivolgersi a Centri esteri, aperti a tutti (indipendentemente dallo stato civile e dall’orientamento sessuale), con liste d’attesa inesistenti e tariffe competitive.

Bibliografia di riferimento

  • Legge 40/2004
  • Corte Costituzionale – Sentenza 162/2014
  • P.C.M. 12 gennaio 2017
  • http://www.salute.gov.it/
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