ICSI vs FIVET per pazienti con infertilità da fattore non maschile

Parere degli esperti |
Fact checked
ICSI vs FIVET per pazienti con infertilità da fattore non maschile

Gli articoli della sezione "Il parere degli esperti" riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.


La tecnica di iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI) venne introdotta nel 1992 con l’obiettivo di migliorare i tassi di fertilizzazione embrionaria in coppie con infertilità da fattore maschile sottoposte a fertilizzazione in vitro (IVF). L’analisi delle caratteristiche del liquido seminale si basa sulla valutazione del numero di spermatozoi, della percentuale di spermatozoi mobili e di quelli morfologicamente normali. Dal momento che la ICSI richiede un solo spermatozoo dotato di centrosoma e materiale genetico per la fertilizzazione di un ovocita, le indicazioni alla ICSI includono spermatozoi con morfologia anormale, bassa conta spermatica e alterata motilità [1].

Sebbene i criteri diagnostici utilizzati per identificare i pazienti con liquido seminale patologico non possano predire con accuratezza la scarsa o addirittura assente capacità di fertilizzazione, in letteratura sono presenti numerosi studi che supportano l’efficacia della tecnica in diverse condizioni [2].

Potrebbe interessarti anche…

Nel corso degli anni si è verificato inoltre un progressivo aumento dell’utilizzo della ICSI per pazienti con liquido seminale borderline o normale: date le sue ampie possibilità di utilizzo e la sua affidabilità, la procedura è stata ampiamente adottata come principale metodo di fertilizzazione.

Più di 60 nazioni al mondo utilizzano la ICSI come tecnica di preferenza per la fecondazione assistita: secondo l’International Committee Monitoring Assisted Reproductive Technologies (ICMART) nei primi anni 2000 il suo utilizzo ha raggiunto ormai il 56% dei cicli eseguiti in Australia e Nuova Zelanda, il 76% in Europa, il 70% in Nord America, l’81% in America Latina e quasi il 100% nei Paesi del Medio Oriente [3]. Negli Stati Uniti è stato registrato un incremento dal 36,4% (1996) al 76,2% (2012) nell’utilizzo della ICSI per tutte le indicazioni, specialmente in cicli di coppie con infertilità non da fattore maschile (dal 15,4% al 66,9%) [4]. Uno studio di coorte pubblicato nel 2018 utilizzando dati dal U.S. Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha dimostrato che l’incremento dell’utilizzo della ICSI non è correlato a un incremento di diagnosi di infertilità di origine maschile in pazienti con età inferiore ai 35 anni, ed è stato osservato solo un modesto incremento nei tassi di nati vivi per ciclo nel periodo di studio tra il 2000 e il 2014. Sembra quindi che l’aumento dell’utilizzo della tecnica ICSI nei casi di infertilità non da fattore maschile non sia correlato a un incrementato tasso di nati vivi [5].

Le indicazioni proposte per l’utilizzo di ICSI nei casi di infertilità non da fattore maschile includono infertilità inspiegata, scarsa qualità ovocitaria o immaturità, bassa resa ovocitaria, età materna avanzata, precedenti fallimenti di fertilizzazione con inseminazione convenzionale, diagnosi genetica preimpianto (PGD o PGS), fertilizzazione dopo maturazione ovocitaria in vitro e inseminazione di ovociti criopreservati. Tranne nel caso della necessità di eseguire test genetici pre-impianto, il razionale dell’utilizzo di questa tecnica è il tentativo di evitare il più possibile fallimenti in corso di fertilizzazione [2]. Questo evento imprevedibile è particolarmente devastante per le coppie e per gli specialisti in medicina riproduttiva dal momento che rappresenta un ostacolo all’apparenza invalicabile al successo di una procedura che invece prevede il rigoroso controllo del ciclo riproduttivo. L’unica fase lasciata “al caso” nel corso della fecondazione in vitro tradizionale è infatti l’inseminazione stessa: nel 40% dei cicli viene registrata una mancata fertilizzazione o nel migliore dei casi un tasso di fertilizzazione estremamente basso [1]. L’uso estensivo, quasi eccessivo, di questa tecnica è in parte dovuto alla popolarità della procedura e agli attuali livelli di standardizzazione, in parte all’efficacia dimostrata nel corso degli anni [6].

Secondo il recente committee opinion dell’American Society for Reproduction Medicine (ASRM) le indicazioni alla ICSI dovrebbero essere rivalutate in base all’outcome: l’outcome primario non dovrebbe essere il tasso di fertilizzazione, bensì il tasso di bambini nati vivi. In questo documento solo alcune delle attuali indicazioni a effettuare un’inseminazione ovocitaria con la tecnica ICSI sono approvate.

La ICSI può migliorare i tassi di fertilizzazione quando questi sono inferiori rispetto alle aspettative o se sono stati registrati precedenti fallimenti di fertilizzazione con IVF convenzionale.

La ICSI è inoltre la tecnica consigliata nel caso in cui sia necessario eseguire la diagnosi pre-impianto sull’embrione (PGT o PGS). È necessario infatti assicurare una fertilizzazione monospermica della cellula uovo così da eliminare le possibili contaminazioni da parte di altri spermatozoi che potrebbero trovarsi adesi alla zona pellucida.

Per la fertilizzazione di ovociti criopreservati si preferisce utilizzare la tecnica ICSI, sebbene la letteratura a riguardo sia molto limitata. Infatti, il cumulo ooforo è rimosso durante il processo di criopreservazione: questo porterebbe a dei cambiamenti a livello della zona pellucida che potrebbero inficiare i risultati con una inseminazione convenzionale [2].

Dall’analisi dei dati presenti in letteratura invece il tasso di nati vivi non aumenta nel caso di ICSI per infertilità inspiegata, per ovociti di scarsa qualità, in caso di basso numero di ovociti recuperati ed età materna avanzata. Non è neppure una tecnica approvata per un uso di routine, con l’obiettivo di ridurre le probabilità di fallimenti nella fertilizzazione e potenzialmente incrementare il numero di embrioni ottenuti [2]. Lavori in letteratura hanno riportato tassi di fertilizzazione ovocitaria addirittura maggiori con fecondazione convenzionale rispetto alla ICSI, e sembra che in coppie con infertilità non di causa maschile, per prevenire un solo caso di mancata fertilizzazione inspiegata sia necessario eseguire più di 30 ICSI [7]. A questo riguardo alcuni autori hanno invece ricercato la causa della fertilizzazione subottimale a monte, ovvero nel contesto di una stimolazione ormonale non ottimale [1].

Bisogna inoltre considerare che l’utilizzo della tecnica di inseminazione intracitoplasmatica di spermatozoi richiede l’impiego di risorse significativamente maggiori senza la certezza di offrire un vantaggio rispetto alla fecondazione tradizionale.

Inoltre, bypassando le naturali barriere della fertilizzazione fisiologica, è possibile che aumentino le probabilità di trasmettere difetti genetici alla progenie. Paragonate alle gravidanze ottenute con fecondazione tradizionale, quelle ottenute da ICSI sono associate a un rischio 1,5-4 volte maggiore di anomalie cromosomiche, modificazioni epigenetiche, autismo, disabilità intellettuali e problematiche al parto. Questo può essere legato a fattori correlati alla subfertilità maschile o femminile, ad altre patologie mediche nelle coppie trattate o alla procedura stessa [4].

Esiste una scarsa letteratura che studi gli effetti sulla salute dei bambini nati da ICSI, specialmente nel periodo successivo all’infanzia. Tuttavia, esistono prove emergenti a proposito della diversa composizione corporea dall’adolescenza, in particolare nelle ragazze, e delle alterazioni nella spermiogenesi in maschi adulti concepiti grazie a ICSI. Al momento il contributo di specifici fattori paterni resta poco chiaro.

Con la rapida espansione dell’utilizzo della tecnica ICSI per cause non da fattore maschile sarà forse possibile discernere gli effetti dati dall’infertilità paterna rispetto a quelli legati al trattamento in vitro. Questo richiederebbe però la stesura di registri di popolazione e studi clinici longitudinali per consentire un follow-up completo e ottenere un campione sufficientemente ampio [8].

Bibliografia

  1. Palermo GD, Neri Q V., Rosenwaks Z. To ICSI or not to ICSI. Semin Reprod Med 2015;33(2):92-102.
  2. ASRM. Intracitoplasmic sperm injection (ICSI) for non-male factor indications: a committe opinion. Practice Committees of the American Society for Reproductive Medicine and the Society for Assisted Reproductive Technology. Fertil Steril 2020;114(2):239-45.
  3. Mansour R, Ishihara O, Adamson GD, et al. International committee for monitoring assisted reproductive technologies world report: Assisted reproductive technology 2006. Hum Reprod 2014;29(7):1536-51.
  4. Boulet S. Trends in Use of and reproductive outcomes associated with intracytoplasmic sperm injection. JAMA 2015;313(3):255-63.
  5. Zagadailov P, Hsu A, Stern J, Seifer D. Temporal differences in utilization of intracytoplasmic sperm injection among U.S. regions. Obstet Gynecol 2018;132:310-20.
  6. Rubino P, Viganò P, Luddi A, Piomboni P. The ICSI procedure from past to future: A systematic review of the more controversial aspects. Hum Reprod Update 2016;22(2):194-227.
  7. Bhattacharya S, Hamilton MPR, Shaaban M, et al. Conventional in-vitro fertilisation versus intracytoplasmic sperm injection for the treatment of non-male-factor infertility: A randomised controlled trial. Lancet 2001;357(9274):2075-9.
  8. Rumbold AR, Sevoyan A, Oswald TK, et al. Impact of male factor infertility on offspring health and development. Fertil Steril 2019;111(6):1047-53.
Fact checking

Fact checking disclaimer

ll team di Fondazione si impegna a fornire contenuti che aderiscono ai più alti standard editoriali di accuratezza, provenienza e analisi obiettiva. Ogni articolo è accuratamente controllato dai membri della nostra redazione. Inoltre, abbiamo una politica di tolleranza zero per quanto riguarda qualsiasi livello di plagio o intento malevolo da parte dei nostri scrittori e collaboratori.

Tutti gli articoli di Fondazione Merck Serono aderiscono ai seguenti standard:

  • Tutti gli studi e i documenti di ricerca di cui si fa riferimento provengono da riviste o associazioni accademiche di riconosciuto valore, autorevoli e rilevanti.
  • Tutti gli studi, le citazioni e le statistiche utilizzate in un articolo di notizie hanno link o riferimenti alla fonte originale.
  • Tutti gli articoli di notizie devono includere informazioni di base appropriate e il contesto per la condizione o l'argomento specifico.