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Cause di fallimenti ricorrenti dell'impianto

Parere degli esperti

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Cause di fallimenti ricorrenti dell'impianto
Gli articoli della sezione “Il parere degli esperti” riguardano alcuni fra gli argomenti più importanti e dibattuti delle rispettive aree cliniche. Dato il livello di approfondimento raggiunto, i testi possono contenere termini e concetti molto complessi. L’utilizzo del glossario potrà essere di aiuto nella comprensione di questi articoli e altri contenuti del sito, più divulgativi, contribuiranno a chiarire gli argomenti trattati.

Mediante tecniche di FIVET (fecondazione in vitro) e ICSI (iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo) il tasso medio di gravidanza per transfer di embrioni supera oggi il 30%. Quindi, per ogni coppia che ottiene una gravidanza, ce ne sono almeno due che non hanno un esito positivo in seguito al trattamento. Questo significa che, nonostante i notevoli progressi fatti nel campo della medicina della riproduzione, la scienza deve compiere ulteriori studi per comprendere meglio le cause del fallimento.

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Innanzitutto, è necessario ricordare che il transfer embrionale e il periodo che ne segue rappresentano un momento particolarmente delicato, il primo legame tra la madre e il suo futuro bambino. È fondamentale che sia l’embrione sia l’endometrio presentino “qualità” tali da rendere possibile lo sviluppo fino allo stadio di blastocisti e il successivo impianto nell’utero materno.

Il primo elemento riconosciuto e affermato che influisce sul fallimento è l’età della donna. È un dato di fatto che, nelle donne più giovani, le percentuali di successo siano più elevate rispetto a quelle con più anni alle spalle. Per esempio, nelle tecniche di procreazione assistita, il tasso di gravidanza supera il 30% per transfer condotti intorno ai 25 anni; questo valore cala drasticamente intorno ai 35 anni per abbassarsi ulteriormente con tassi di successo che non arrivano al 15% dopo i 40 anni. Nella donna si parla purtroppo di “orologio biologico”, indicando l’invecchiamento dell’apparato riproduttivo. Il tempo, infatti, gioca un ruolo negativo, determinando un danno a carico del DNA ovocitario, ovvero un cambiamento irreversibile nella capacità biologica di produrre ovociti di “buona qualità”. Di conseguenza, il rischio è quello di sviluppare embrioni con anomalie genetiche tali da bloccarne lo sviluppo all'inizio dell'impianto o nelle prime settimane di gravidanza.

Le alterazioni a carico dell'utero rappresentano, invece, il 10% dei motivi di insuccesso: sono alterazioni congenite (malformazioni) oppure acquisite (fibromi, polipi, aderenze intrauterine) che possono interferire con l’annidamento dell’embrione. Anche l'endometrite, infiammazione dell’endometrio, tessuto che riveste l’interno dell’utero e che permette all’embrione di attecchire e svilupparsi, può rappresentare un ostacolo a una futura gravidanza. L'endometriosi è, invece, una patologia cronica causata dalla diffusione di tessuto endometriale in altri organi. Determina un'infiammazione peri-uterina che crea un ambiente sfavorevole all'impianto degli embrioni. Altre cause sono rappresentate da patologie generali quali malattie epatiche, renali, ipertensione arteriosa, diabete e obesità. Ruolo accertato sulla riduzione dei tassi di impianto è quello delle malattie endocrine. È stato dimostrato che il deficit di progesterone nella fase post-ovulatoria, così come il deficit o l’eccesso di ormoni tiroidei o di prolattina, possono essere responsabili del mancato impianto o di aborti ripetuti. Anche la sindrome dell’ovaio policistico può essere responsabile dei fallimenti o degli aborti per uno squilibrio dei valori di glicemia e insulina nel sangue.

Frequenti sono le cause immunologiche, ovvero situazioni dove il sistema immunitario della donna interferisce con l’impianto o con il regolare sviluppo del feto riconoscendolo come “corpo estraneo”. La gravidanza dipende infatti da una complessa interazione di sofisticati meccanismi immunologici messi a punto dall’organismo per trasformare l’utero in un organo in grado di accettare dapprima l’embrione e successivamente nutrirlo e crescerlo fino al parto. Spesso questo meccanismo può essere alterato, e a seconda di come e quando questo avviene, la donna può andare incontro a fallimenti nel concepire dopo una terapia di procreazione assistita o ad aborti ricorrenti.

Non rare sono le cause genetiche, alterazioni nel DNA della coppia, responsabili del 3-5% degli insuccessi per mancato impianto dell’embrione o per successivi aborti spontanei. Fanno parte di tali cause anche le anomalie ereditarie materne di alcuni fattori della coagulazione. Ne deriva la predisposizione genetica a una eccessiva coagulazione del sangue con conseguente difetto di vascolarizzazione, responsabile di aborti per inadeguata ossigenazione dei tessuti. Si parla, inoltre, di incompatibilità genetica di coppia, quando entrambi i soggetti presentano una mutazione a carico del gene HLA-G, che induce la produzione nell’embrione di una proteina denominata “human leukocyte antigen G” che regola i processi di immunoregolazione materno-fetale. L’assenza o la scarsa produzione di questa proteina può determinare il mancato impianto dell’embrione o aborti spontanei ripetuti.

Quando si parla di fallimento di un impianto, anche l’uomo può avere un ruolo importante. È stato dimostrato che un’alta percentuale di spermatozoi con anomalie morfologiche è associata a un basso tasso di riuscita delle fecondazioni in vitro, di impianto e quindi di gravidanza. Un altro parametro fondamentale, su cui è bene soffermarsi, è l’integrità del DNA dello spermatozoo: elevati livelli di frammentazione sono stati posti in relazione a condizioni di infertilità maschile e ad una maggiore incidenza di aborti precoci anche dopo tecniche di fecondazione in vitro. Ciò sarebbe dovuto al fatto che queste alterazioni del DNA spermatico porterebbero alla formazione di embrioni con minore vitalità e quindi non in grado di svilupparsi opportunamente una volta impiantati. Davanti a tutte queste cause accertate, per limitare il tasso di insuccessi, sarebbe auspicabile pianificare un figlio prima dei 30 anni e ricorrere all’immediato aiuto degli specialisti dopo i 35 anni di età. È necessario, infine, assumere comportamenti e stili di vita che possano influenzare positivamente l’esito di un impianto o di una gravidanza. Moderata attività fisica quotidiana e limitazione di fumo, consumo di alcol e di caffeina possono contribuire a migliorare i risultati.

Cesare Taccani - Medico Chirurgo - Specialista in ginecologia e ostetricia